domenica 1 novembre 2015

Dai documenti del Fondo Consoli la coscienza dei diritti gay come diritti umani 12 ottobre - 8 dicembre 2015



DOVE NASCE L’ARCOBALENO



Dai documenti del Fondo Consoli la coscienza dei diritti gay

come Diritti Umani

12 ottobre - 8 dicembre 2015

L’Archivio centrale dello Stato in adesione alla Settimana Rainbow della cultura LGBT 2015, iniziativa promossa e patrocinata da Roma Capitale dall’11 al 18 ottobre, ha organizzato un percorso didattico sulla documentazione dell’archivio Consoli conservata dall’Istituto.

Il percorso, che rimarrà esposto alla fruizione del pubblico anche oltre il termine dell’iniziativa, si propone come punto di partenza per una riflessione più approfondita sul diritto di amare e sulle tematiche dell’omosessualità, sul significato che il termine omosessuale ha evocato nei diversi periodi storici, soprattutto durante il regime fascista, ma anche dei disagi che tuttora ostacolano e condizionano la vita di tanti giovani.



Per il 2017 è, inoltre, in previsione presso l’Archivio centrale dello Stato una mostra dedicata.

Lunedì 12 ottobre, all’inaugurazione della mostra, dopo il saluto del sovrintendente all’Archivio centrale dello Stato, Eugenio Lo Sardo, sono intervenuti:

Andrea Santoro, presidente Municipio IX Roma Eur

Laura Crivellaro, assessore P.O. Municipio IX Roma Eur

Lorenzo Benadusi, storico

Paola Vaccari, presidente Commissione elette Municipio IX Roma Eur

Amalia Macrì, responsabile coordinamente LGBT Amnesty International

Mauro Cioffari, consigliere SeL Municipio I Roma centro

Daniele Priori, segretario nazionale di GayLib

Claudio Mori, presidente della Fondazione Luciano Massimo Consoli

Orario di apertura della mostra: lunedì – venerdì 10 - 18


www.acs.beniculturali.it;

www.fondazionemassimoconsoli.com

Piazzale degli Archivi, 27 - 00144 Roma

06/54548538 - acs.urp@beniculturali.it



domenica 18 ottobre 2015

VENDOLA: E lo scandalo delle nostre vite, è stato quello d’uscire dal recinto del silenzio. Usciti dal recinto del silenzio, possiamo raccontare le nostre vite, possiamo raccontare cosa c’è costato ogni millimetro di strada che abbiamo fatto nelle nostra vita, perché per noi nulla era scontato.


Puntata di MATRIX  del 14 ottobre 2015 condotta da Luca Telese dove si parla di Unioni Civili.

Ospiti in studio:

Nichi Vendola

Roberto Formigoni

Barbara D’Urso

Anna Maria Bernardini De Pace (avvocato matrimonialista ed autrice di Diritti diversi , la legge negata ai gay)

Gianfranco Goretti  ( Vice Pres. Famiglie Arcobaleno)

 

 

                 Dell’intervento di  Nichi Vendola  ho trascritto quasi tutto tranne i battibecchi avuti con Formigoni e che hanno invece  attirato l’attenzione della stampa, come la battuta di Vendola vs Formigoni “hai un’ossessione che è quella dello sperma” o piuttosto l’accusa  di bestemmiatore che Formigoni rivolge a Vendola ..
                  Le mie considerazioni sull'intervento di Vendola le pubblicherò nei prossimi giorni. Buona lettura a tutti.

               
 

 

 

 

                   INTERVENTI DI NICHI VENDOLA

 

 

              Ma io vorrei dire in premessa che considero il disegno di legge Cirinnà, che forse è stato incardinato e che forse riuscirà a camminare, come il minimo sindacale. Come qualcosa di accettabile, perché finalmente ci fa’ uscire dal Medioevo.

Io sono per il matrimonio gay,  penso che bisogna entrare in un’epoca in cui i diritti sono eguali e interi per tutti e per tutte. E naturalmente sono rimasto colpito e commosso dalla reazione del popolo irlandese cioè di uno dei paesi più cattolici del mondo ma anche di uno dei paesi in cui il clericalismo è stata una gabbia che aveva oppresso le vite, le persone. Perché quel popolo con un voto referendario ha detto: matrimonio egualitario.

Ora io penso che Formigoni racconti fantasmi, insegua fantasmi, noi stiamo parlando..

 

TELESE: Formigoni sta dicendo che gia’ ci sono le tutele

 

VENDOLA: In questo momento è uscito il twitter  di un noto cantante italiano Scialpi, che è in ospedale operato al cuore, è sposato con un uomo all’estero e quest’anno però di fronte ai sanitari, di fronte all’ospedale non è niente, non è nessuno. Non ha diritto come qualunque altro coniuge ad un’assistenza piena nei confronti …Allora loro pensano di buttarla in politica e di giocare al rinvio perché sono tanti anni – io che ho 57 anni e che  ho fatto 40 di outing e di attesa di un mondo migliore -   anche per me e per quelli che hanno fatto le scelte che ho fatto io nella vita, non ho questo tempo, mi dispiace. Io non voglio che la mia vita sia sequestrata dall’ipocrisia di regime che ha governato in tutti questi anni.

               Nel testo in discussione in Parlamento la genitorialità surrogata, quella che Formigoni chiama l’utero in affitto, non esiste. Esiste semplicemente la  stepchild adoption , cioè la possibilità per due persone che convivono e hanno il crisma di unione civile, nel caso in cui uno sia genitore di un figlio, l’altro lo può adottare anche per le ragioni legate al prevalente diritto dei figli a non essere abbandonati nel caso succeda qualcosa nella vita.

 

                Però questa nostra discussione rischia di partire senza memoria, senza passato. Io mi permetto di fare un’osservazione, perché stiamo parlando dei diritti dei gay delle lesbiche dei transessuali? Perché stiamo parlando di una delle condizioni umane che attraversano l’intera storia, tutta la letteratura, la pittura, ci danno testimonianza abbondante di questo, ma di una condizione che è stata sistematicamente, come un repertorio di crudeltà che non ha eguali, perseguitata. Gli omosessuali sono stati spellati vivi, impalati, decapitati, bruciati vivi nei roghi della Santa Inquisizione..

Viene interrotto dalla D’Urso che lo approva e urla ..Nichi !Nichi ! ancora oggi! ancora oggi!. ….facendogli perdere il filo di quel discorso di una certa levatura ..poi legandosi al discorso della D’Urso che parla di bullismo aggiunge:

Il bullismo ha un carattere prevalentemente omofobico. E prosegue:

 

           L’Italia a differenza dei paesi di cultura anglo-americana, non ha conosciuto una fattispecie penale tipica, cioè non si è mai scritto “l’omosessualità è un reato” perché si affidava, diciamo, al ruolo della Chiesa, un compito disciplinare tanto è vero che anche il legislatore, credo mi possa essere confermato, ( il riferimento è all’avvocatessa in studio )  non ha mai inventato il reato, perché dal Codice Zanardelli al Codice Rocco, ci si affidava a questa specie di sommerso comportamentale per cui c’era il confino, la persecuzione e c’era il carcere.

Ora questa è la storia. E questa storia s’interrompe quando c’è la rivolta della comunità gay, ricordo il 28 giugno 1969 quando nel bar gay Stonewall  di New York, la comunità di fronte all’ennesima aggressione si ribella, reagisce e come dice Allen Ginsberg “lascia per terra quel suo sguardo ferito” e rivendica il pride, l’orgoglio. Non il fatto che tu (indica Formigoni che gli sta di fronte)  mi consenti di stare dietro un cespuglio e di poter rosicchiare qualche porzione di diritto, ma l’orgoglio di vivere la propria vita, il proprio amore alla luce del sole. Quello che gli ipocriti di regime ci hanno impedito per tutta la vita. Qui è il punto!  (applausi)

 

Successivo  intervento

 

                   Io penso che noi pur discutendo in maniera interessante e vivace rischiamo di uscire fuori dall’oggetto vero della contesa parlamentare. Sarebbe interessante vedere che cosa accade non solo negli USA, nel Canada, in Australia, in Israele…Tel Aviv è una delle città più ricche di coppie omogenitoriali di bambini che si possa immaginare nel mondo. In diversi paesi dell’America latina e in qualche paese europeo. Cioè c’è qualcosa che sta cambiando radicalmente nei costumi, nel modo di pensare la vita.

 

                  Quindi è molto interessante tutto questo. Per quello che riguarda la comunità LGBT come si dice, vorrei sottolineare che è un salto straordinario quello che si sta’ delineando perché quando si è avuto il coraggio di ribellarsi al ghetto, alla discriminazione, sono nati i furori della rivoluzione sessuale, diciamo negli anni ’60 – ’70 e il matrimonio era considerato un’istituzione tradizionale, quasi…la famiglia era guardata…si fuggiva dalla famiglia!

                    Nell’immaginario gay accade qualcosa di epocale, quello che viene rappresentato come il cancro gay, come il morbo gay, l’AIDS. Ma l’aids diviene una specie di spartiacque , spinge a riposizionare la propria vita. Dopo la stagione effervescente della libertà conquistata del dirsi alla luce del sole per ciò che si è, dopo entra un’altra modalità, è quella che sta’ maturando, che non può confliggere con la famiglia tradizionale perché l’idea di dare tutela giuridica ad un progetto d’amore, credo che sia un modo di rafforzare tutto ciò che esce fuori dai canoni dell’individualismo, diciamo di una certa idea, come diceva la signora Thacher “la società non esiste, esistono solo gli individui”. No, grazie a Dio! Gli individui trovano il senso della loro vita nella società a cominciare dalle relazioni d’amore.

 

 

TELESE  gli chiede cosa ne pensa dell’utero in affitto

 

 

                      Io avevo una grande pregiudizio, per me era un tabù  questo argomento, finché non ho conosciuto le Famiglie Arcobaleno. Finché non ho giocato con quei bambini, non ho visto qual è il progetto d’amore che ha consentito loro di fare quelle scelte. Credo che la facilità di rendere caricaturale un mondo così complesso, mi rimanda a quella famosa frase che dice “ ci sono molte più cose fra cielo e terra di quante non ce ne sono nella tua filosofia” (indica Formigoni che gli sta’ di fronte)

 

Successivo intervento

 

 

                      Perché quella frase (Chi sono io per giudicare un gay) di papa Bergoglio ( In realtà la frase completa è stata Chi sono io per giudicare un gay  che cerca Dio?  nda)  ha stupìto e ha spiazzato tanti e ha determinato nella più tradizionalista delle chiese, un turbamento grande, per quello che era accaduto prima. Per me che sono abbastanza sensibile alle parole della Chiesa su questo argomento, uscire finalmente fuori dalla stagione degli anatemi, delle condanne, dalle fiamme dell’inferno che ti fanno vedere fin da bambino. Un papa dell’accoglienza è una cosa molto importante.

 

Successivo intervento

 

                Hanno (rivolgendosi sempre a chi aveva di fronte)  impedito perfino la legge contro l’omofobia. Hanno impedito per 50 anni a questo Paese di fare i conti, diciamo, con una certa idea dei diritti delle persone..

 

FORMIGONI: ma che cacchio dici.. (segue un battibecco animato fra Vendola e Formigoni)

 

Vendola:   Siccome stai parlando di un argomento che riguarda la vita, i sentimenti, la storia delle persone…ci sono scuole di filosofia che discutono sulla definizione di natura…

E’ fastidioso questo modo suo di stare in cattedra (riferendosi a Formigoni)  e commosso, aggiunge:


              C’è un’espressione che è stata veramente, per me, come sbattere la faccia contro un muro. L’espressione che usa Oscar Wilde per definire l’omosessualità “l’amore che non osa pronunciare il proprio nome”. E lo scandalo delle nostre vite, è stato quello d’uscire dal recinto del silenzio. Usciti dal recinto del silenzio, possiamo raccontare le nostre vite, possiamo raccontare cosa c’è costato ogni millimetro di strada che abbiamo fatto nelle nostra vita, perché per noi nulla era scontato.

 

                Allora, io voglio dire questo: non consento a nessuno, fosse pure la più grande autorità del mondo, di venire a definire qual è la dignità e la libertà che io mi do’ nella mia vita e penso che, con buona pace di Formigoni e del NCD, la legge che speriamo, se i giochini di Renzi portano a buon fine, avremo in Italia, è semplicemente una riparazione modesta del danno che è stato fatto alle nostre vite. Solo una riparazione modesta. Poi si apre una strada e quella strada io voglio continuare a percorrerla, l’eguaglianza dei diritti per tutti e per tutte di diritti interi ed eguali.

 

Ultimo intervento prima della chiusura della trasmissione

 

                 Sarà un passo in avanti se si farà questa legge, se l’NCD non farà scoppiare una guerra civile nel Palazzo del potere. Se Renzi oltreché agli annunci sarà conseguente. Questo Paese forse si sveglierà un po’ più civile, un po’ più moderno come non è stato in questi anni.

sabato 12 settembre 2015

Consoli, il fondatore del movimento gay italiano, mangiapreti e divoratore di pasta

Il 23 luglio 1995 il Messaggero dedica un'intera pagina a Massimo Consoli.



 IL MESSAGGERO


 

 

Il fondatore del movimento gay italiano, mangiapreti e divoratore di pasta

UN QUINTALE DI VITALITA’ GAY

Consoli: scrittore e collezionista di provocatori gadget
 
di  Francesca Nunberg  
 

“Pronto? No, mi dispiace questa non è la Gay house. Cerca una sauna? Non so che dirle..Sì, io sono gay, ma le saune non le frequento..” Da quando il suo numero di telefono è apparso su alcune guide omosex (“Ma per l’archivio, solo per l’archivio, avevo detto…”), Massimo Consoli è tempestato di richieste. Dal suo eremo in quel di Frattocchie, dove vive coi gatti Fefè e Pipì, i cani Attila, Giobbe e Bakù (per via dell’anarchico russo Bakunin) e le tortore della sorella, l’uomo che negli anni Settanta ha fondato il Movimento gay italiano ha un’altra “creatura” da tirare su:” il più esteso e prestigioso archivio europeo di storia di omosessualità, uno dei primi dieci nel mondo”. Per consultare questa raccolta di oltre cinquemila volumi, settemila fotografie, mille cartoline, quattrocento manifesti, migliaia di articoli di giornale (compreso lo storico pezzo, prima avvisaglia dell’Aids, pubblicato nel ’79 da Lotta Continua: “ Lo sperma porta il tumore, lo dicono gli americani”), bisogna scendere la scaletta che porta verso l’orto, piena di fichi caduti da un albero stracolmo.

“Non ce la faccio a mangiarli tutti - dice Massimo -  nonostante i miei 107 chili e le mie abitudini irregolari. Sono capace di divorare penne all’arrabbiata alle sette  e mezzo di mattina..” “E spaghetti con le vongole tre ore dopo”, aggiunge Anselmo, amico di vecchia data, che oggi è venuto a trovarlo e all’ora di pranzo esibisce le sue doti di cuoco. A tavola c’è anche Enrico Verde (è il colore dei gay, ma il nome sarà vero?”), che con loro ha partecipato a tutte le battaglie del movimento. Parlano, scherzano, brindano a vino rosso dei Castelli, ricordano i bei tempi: il ’75, quando nacque l’Ompo, il primo giornale gay, il ’76, quando arrivò l’Ompo’s, la prima associazione, e poi il consultorio medico, le occupazioni a Testaccio, le trasmissioni radiofoniche, la Gay house, il movimento che prendeva luce tra mille difficoltà. Anselmo serve zucchine dell’orto al salame piccante e Massimo dice: “Ma anch’io so cucinare. Uso molto peperoncino, curry, comino..”. A Enrico che lo sfotte, “La cosa che cucini meglio è la Storia”, risponde. “Qui non c’è rispetto per i padri fondatori..”, poi si alza e apre le porte del tesoro. Tra il forno a legna e l’orto, dove Consoli coltiva pomodori, melanzane, nespole e albicocche, nonché cavolo cappuccio “nutrito” con le ceneri dei volantini gay, ci sono due capannoni di lamiera. E dentro il suo favoloso archivio. “Ai tempi di Petroselli e poi di Carraro – spiega mostrando la foto di Lawrence d’Arabia, suo idolo da ragazzino – l’avevo offerto in regalo all’amministrazione comunale. Con Rutelli non ci ho neanche provato. Non sanno cosa si perdono. E pensare che mi sono indebitato per centinaia di milioni. Forse adesso lo metterò in vendita”.

Massimo, che detesta ogni stereotipo, che non tollera “quelli che si vestono da donna e vanno a sculettare in giro”, che aborrisce le dark rooms (“Luoghi terribili, dove vai a fare sesso con uomini che non vedi in faccia: assurdo con l’Aids..”), è persona sensibile e divertente. E mostra il lato frivolo del suo archivio. Decine di gadget, raccolti in anni di ricerche: i lecca lecca coi preservativi, i sottobicchieri Play it safe (fallo protetto), il Monopoli gay, le caffettiere “attribuite a Pasolini, Moravia, Sandro Penna e Ungaretti”, la maglietta Don’t be a dick head (non essere una testa..), le candele erotiche, un pupazzetto di Reagan piselluto, i calzini lesbici, una rivista in braille per omosessuali ciechi. Lui che si vanta di essere stato definito da Il borghese “l’esempio più evidente della decadenza della cultura occidentale”, se la ride e poi risale le scale. Destinazione mansarda, in cima alla villetta costruita sul terreno che suo nonno comprò nel 1911 dai reduci della guerra italo-turca. “Ci vivo da solo – spiega – Quando se n’è andato Franco, il mio amico, per me fu una tragedia, persi venti chili..E da allora non ho più avuto rapporti sessuali. Se capitasse qui, il ragazzo più bello del mondo, però, magari un pensierino ce lo farei..”. Ma a che serve una bara nella mansarda? “Ora ci tengo le scope, ma l’abbiamo usata per uno spettacolo. Ricordo ancora la faccia del brigadiere che venne a perquisire il teatro ai tempi del rapimento Moro..”. Massimo che non ama Roma (“E’ ghettizzata e ghettizzante”), se ne sta tutto il giorno barricato in casa ed esce quasi solo per fare la spesa. “Non amo più il genere umano – dice – perché l’ho amato troppo. Ma per fortuna gli amici vengono a trovarmi”. Giornalista e scrittore, Consoli è anche responsabile dell’agenzia Rome Gay News, che esce “quando ci sono notizie importanti da dare”. L’ultimo di tanti scoop, l’intervista ad Alessandra Mussolini che diceva di essere favorevole alle adozioni anche per i gay. Fino a qualche mese fa Massimo dirigeva “Il Pettirosso”, il giornale di Rifondazione ai Castelli. Poi ha ritirato la firma, in polemica con Bertinotti che non si voleva far intervistare. Ha pubblicato ventuno libri: il primo, nel ’71, Appunti per una rivoluzione morale, l’ultimo, un anno e mezzo fa, Killer Aids, la storia dell’Aids attraverso le sue vittime. “Ma il mio capolavoro (modestia a parte) è del 1991: Homocaust, il nazismo e la persecuzione degli omosessuali. Adesso sto lavorando a Ecce Homo, una rilettura della Bibbia in chiave sessuale, sto scrivendo L’impulso sessuale, poi farò la Guida alle strutture anticlericali italiane, quindi voglio decidermi a scrivere La rivoluzione morale…”. L’estate, insomma, il “padre fondatore” la passerà al computer. Lui che al mare diventa isterico, che dice “vado più facilmente a New York che a Monte Mario”, che ha vissuto in Olanda, in America, in Libia, per agosto ha un programma solo un viaggetto a Fano. “Parteciperò al Meeting anticlericale organizzato dalla Società per lo sbattezzo – dice – Il mio trip, infatti, non è l’omosessualità ma la religione. Detesto il cristianesimo, che ha sempre segregato il sesso. Seguo la religione della natura”.


Se Massimo comincia a parlare non lo fermi più. Racconta di quando scoprì la sua omosessualità (“Facevo la seconda elementare e baciavo la foto di un sommozzatore sul sussidiario”), di quando l’Aids cominciò a mietere le prime vittime negli Usa (“Ho inventato io l’espressione “peste del XX^ secolo”, se potessi avere i diritti d’autore sarei miliardario..”), di quando ebbe l’idea, nell’anniversario della morte di Pasolini, di preparare centinaia di sacchetti di stoffa verde contenenti la terra dell’idroscalo di Ostia, dove fu trovato il cadavere. Basta? Non ancora, Massimo racconta di quando stava al  Celio per la visita di leva: “Ero il terzo figlio maschio e avrei potuto evitare il militare” Ma volevo farlo a tutti i costi, così l’ufficiale mi strinse la mano dicendo Lei sì che è un vero uomo..”

  

sabato 29 agosto 2015

MASSIMO CONSOLI : avrei voluto donare il mio archivio al circolo romano Mario Mieli, ma tutti possono capire perché poi non l’ho fatto.


INTERNATIONAL GAY HISTORY ARCHIVES

New York  1981-1996

 

 

New York.  Fondato da Bruce Eves e Hohn Hammond, deriva da una collezione di opuscoli e libri che costituiscono un progetto di storia gay per una biblioteca originariamente dagli scopi più ampi. La biblioteca era collegata alla libreria W.W.3, di New York, fin dal 1975, ed era stata creata da Suber Corley, Bruce Eves (Direttore), il sottoscritto Amerigo Marras (Fondatore), e Paul Mc Lelland. Tutti venivano (venivamo) da Toronto, in Canada. L’idea iniziale era di raccogliere solo informazioni correnti, in quanto storia nel momento della nascita dei conflitti sociali e delle lotte politiche per i diritti umani.

L’Archivio Internazionale venne costituito più tardi fu gay nel contenuto, ma più ambizioso negli scopi, comprendendo schedari storici e per autori o organizzazioni. Il suo modello fu lo straordinario Gay Archive di Toronto, ben utilizzato e utile per la sua funzione politica di attiva conservazione della storia della popolazione gay in quella città.

La prima consistente donazione di materiali fu il lascito dei documenti della Gay Activists Alliance, allora sul punto di sciogliersi. Bruce Eves divenne l’ultimo grafico dell’ultimo numero del loro giornale. In seguito, arrivarono gli archivi privati di Arthur Bell, che era stato il primo giornalista ad essere assunto come gay reporter da un periodico dell’establishment editoriale americano (“The Village Voice”).Altri autori si fecero avanti, come Jonathan Katz (“Gay American History”), che fece dono del manoscritto del suo fondamentale libro. Dopo il 1983 gli archivi si trasferirono da Manhattan a Brooklyn, senza mai ricevere finanziamenti pubblici e senza che sembrasse possibile che due persone riuscissero a farli funzionare in maniera efficiente e a tempo pieno. Nel 1988 una metà venne ceduta alla New York Public Library, e più di recente l’altra metà è entrata a far parte del patrimonio del Gay and Lesbian Community Services Center. Uno storico gay come Massimo Consoli (che io ho cercato, inutilmente, di convincere), ne sarebbe stato il Direttore ideale, qui a New York.

 

 

 

 

ARCHIVIO MASSIMO CONSOLI

Roma  1959 – 1996

 

 

PIU’ DI UN DOCUMENTO OLOGRAFO

 

Mi dispiace molto che l’Archivio Internazionale di Storia Gay non sia più nelle mani dei suoi fondatori. Mi dispiace molto, e per due motivi. Il primo è che sono da lungo tempo attento osservatore delle sconfitte e delle vittorie riportate dal movimento gay, dalla comunità e dai singoli individui che intraprendono delle iniziative. Purtroppo, le vittorie sono poche, mentre le sconfitte sembrano accumularsi senza soluzione di continuità. Ogni volta che il fax non riceve più l’ultimo numero della nostra agenzia, o il postino ci restituisce la corrispondenza che avevamo spedito perché il destinatario ha cessato le attività, in redazione l’atmosfera diventa cupa. Ma non crederò mai a quanto sosteneva Donald Webster Cory, celebratissimo autore di “The Homosexual in America” che in un libro molto meno conosciuto (“Odd Man In”, 1969), proclamava che i gay erano profondamente disturbati ed incapaci di formare organizzazioni durevoli nel tempo. La realtà è ben diversa e, semmai, più complessa. La situazione sociale e legale nella quale vive l’omosessuale gli impedisce o gli rende difficile il mantenimento di organismi e strutture che non riescono a godere dei vantaggi considerati normali per chiunque altro. In compenso, sono costretti a subire tutte le difficoltà delle organizzazioni ai limiti della legalità o, in certi paesi, considerati del tutto illegali.

In queste condizioni c’è ben poco da sperare. Bruce Eves e John Hammond hanno salvato il loro archivio privandosene. Cedendolo a due organismi uno dei quali, la New York Public Library, fa parte del sistema ed al sistema stesso è funzionale. L’Archivio Internazionale di Storia Gay, ormai, è gay solo nel contenuto, ma non più nelle strutture (e negli scopi), con tutto ciò che di negativo una tale situazione può comportare. Il secondo motivo di dolore è nei miei problemi di identificazione. Anch’io ho fondato un archivio e sono quasi quarant’anni che lotto per la sua sopravvivenza. Devo quotidianamente vincere la tentazione di abbandonare tutto e di accettare incarichi più socialmente integrati (e meglio retribuiti) in Italia e all’estero, per il solo piacere di averlo con me, di viverci dentro, di arricchirlo giorno dopo giorno di un altro libro introvabile, di un numero di un periodico che mi permetta di rilegare un’intera annata, di una lettera di un ricercatore all’affannosa ricerca della soluzione ad un problema al quale io posso contribuire in dieci minuti. E poi, devo sostenere gli attacchi degli jettatori di professione che, sempre più spesso con l’avanzare degli anni, si preoccupano della mia salute esclusivamente in funzione dell’archivio.

“Hai deciso a chi lasciarlo?”, mi chiedono insistentemente al primo colpo di insolita tosse, o alla prima lamentela di stanchezza. Oppure, “Che ne sarà di tutte queste raccolte quando tu non ci sarai più?”

No. Non ho ancora deciso a chi lasciarlo.

L’avrei voluto donare al Comune di Roma. Poi, nel 1980 l’amministrazione capitolina (leggi, PCI), mi mise in una situazione tale da costringermi ad accettare un invito che veniva da New York, dove rimasi cinque anni. L’avrei voluto donare alla Biblioteca Nazionale Vittorio Emanuele II, poi ho visto che è quasi impossibile potervi consultare certi libri…

L’avrei voluto donare allo stesso IGHA di New York, ma la loro mancanza di una sede stabile e delle necessarie strutture organizzative mi fece desistere fin da allora. L’avrei voluto donare al circolo romano Mario Mieli, ma tutti possono capire perché poi non l’ho fatto.

L’avrei voluto lasciare a Gheddafi per una certa somiglianza caratteriale che ci accomuna. Infatti, se come dicono in molti, sono stato un pazzo a spendere una fortuna in libri, opuscoli, giornali, cartoline, manifesti, spille e oggetti vari legati alla cultura gay, chi meglio di un altro pazzo (con in più i vantaggi del potere) avrebbe potuto amministrare questo capitale?

A New York, ricoverato in un letto d’ospedale per un’infezione contratta in Africa, e sentendomi prossimo a morire dopo una notte di inarrestabile diarrea, chiesi carta e penna per fare testamento a favore di Felix Cossolo, un militante della seconda generazione che, all’epoca, sembrava molto ben intenzionato..

Grazie al cielo(!) sono vivo ed in buona salute (almeno sembra!), con l’intenzione di seppellire tutti gli amici così preoccupati delle mie condizioni fisiche…

L’avevo perfino messo in vendita, il mio archivio, come un principe innamorato decide di vendere lo schiavo favorito che lo fa tanto soffrire. L’ho messo in vendita per una cifra folle: cento milioni. Grazie al cielo(!!), nessuno si è fatto avanti, ignorando che nei soli Stati Uniti ne ho spesi centottanta, di milioni! Però, è dura andare avanti. Per mancanza di spazio, i libri non seguono più quello che una volta era un perfetto ordine logico, ed è oramai un problema rintracciare “Die Homosexualitaet”, di Magnus Hirschfeld, che proprio recentemente avevo intravisto tra “L’omosessualità negli animali”, di Giorgio Celli, ed una ventina di annate rilegate di “Arcadie” (che, tra l’altro, non riesco più a trovare!).

Del resto, perché dopo aver penato tutta una vita andando da Roma ad Amsterdam in autostop, da Forlì a Lugo di Romagna a piedi, da Bruxelles a Parigi in treno, da New York a Boston e da San Francisco a Los Angeles in aereo, dalla Danimarca alla Svezia in traghetto..per rintracciare libri creduti persi o cartoline rare o giornali introvabili..perché dovrei donare tutto quello che ho raccolto mentre i miei amici (e i miei nemici) facevano gli stessi percorsi, ma con ben altre intenzioni? Perché sono costretto a vivere in castità da otto anni (maggio del lontano 1988..), visto che mi è impossibile perdere tempo in rapporti sessuali o relazioni che mi impedirebbero di scrivere, di studiare, di accumulare oggetti e documenti?

No. Credo proprio che mi farò seppellire, nel mio giardino, in una piramide con tutto il mio archivio, per non soffrire di noia nell’infinito di nostra Madre la Terra.

MASSIMO CONSOLI
1996

 

 

 

domenica 26 aprile 2015

molti gay ci dicono che la nostra è una situazione privilegiata, altri, invece, arricciano il naso e ci accusano di riproporre la coppia borghese ed eterosessuale, semplicemente perché stiamo insieme




guardate che "strana"
lettera,  abbiamo ritrovato 
sul n.13 gen/feb  di lambda  del 1979!


Siamo due compagni che stanno assieme da sette anni.


Molti gay ci dicono che la nostra è una situazione privilegiata, altri, invece, arricciano il naso e ci accusano di riproporre la coppia borghese ed eterosessuale, semplicemente perché stiamo insieme.


rassegna stampa del convegno tenutosi a bologna
Siamo d’accordo che, sul piano affettivo, lo stare assieme sia una situazione di privilegio, soprattutto se rapportato alla ‘norma’ omosessuale, che prevede incontri fugaci in giardinetti, cinema e discoteche. Quello che vogliamo dire è che non si tratta di un privilegio piovuto dal cielo, ma costruito giorno per giorno, con discussioni, beghe (quanti piatti fracassati!) e continui confronti con la realtà circostante.




In questo caso, più che di confronti si può parlare tranquillamente di scontri a differenza dell’omosessuale solo, che si può facilmente relegare nei margini consentiti (ancora una volta cinemini e discoteche), una coppia omosessuale, dichiarata, occupa spazi non previsti e scombina quel nucleo basilare della società che è la famiglia, proponendo uno stare insieme diverso e inquietante. Una coppia gaia, che non voglia ricalcare gli schemi della coppia “normale” giustamente in crisi, deve inventare giorno per giorno il suo comportamento, specialmente se deve lavorare per vivere e quindi è obbligata a calarsi nella realtà dei colleghi  di lavoro, degli amici, dei negozi dove fare la spesa e delle vicine di casa, che ti guardano sbattere le lenzuola (matrimoniali!). Non ci sono punti di riferimento, a parte le lunghe interminabili, discussioni con i compagni gay politicizzati o consci della loro situazione, o la preziosa amicizia con quelle donne coraggiose che devono inventarsi, anche loro, una vita fuori dagli schemi maschilisti.

Tutto questo non basta, e non basta, principalmente, la scarsa disponibilità degli omosessuali, per quello che ci riguarda, quelli non politicizzati sono assorbiti dal sesso, mentre gli altri rischiano di far sfociare nel fatalismo totale le loro difficoltà esistenziali.

Data questa situazione, noi rischiamo di condizionare i nostri rapporti con tutto il movimento: ci troviamo, infatti, sempre più spesso e sempre meglio, con persone eterosessuali (com’è brutta questa parola, ma un’altra non ce n’è?) in crisi, che vogliono discutersi/ci

Non siamo molto convinti che ciò sia una buona cosa: la condizione omosessuale ha ancora una specificità  ben lungi dall’essere superata ed è per questo che vogliamo, nonostante tutto, stare con gli altri gay, discutere con loro, inventare nuovi modi per uscire dal ghetto.

Eravamo andati a Bologna anche per discutere della nostra situazione, della coppia omosessuale, del nostro disagio ma la frammentarietà degli interventi e la nostra timidezza ce lo hanno impedito.

Neppure siamo riusciti a metterci in contatto con altre coppie omosessuali per confrontare le nostre esperienze. Vorremmo allora, su questo giornale, lanciare una discussione sulla coppia omosessuale, o su altre forme di associazioni gaie (qualcuno a Bologna parlava di comuni gaie, come è andata a finire?). Vorremmo anche che qualche altra coppia omosessuale si mettesse in contatto con noi.

Ciao, abbracci   Vittorio e William   TRENTO –

L'IDEA DEL MATRIMONIO TRA OMOSESSUALI : QUANDO, DOVE E DA CHI NACQUE





di Doriano Galli



DORIANO GALLI
Nell'oramai lontano 1972, in un luogo particolare di Roma, il Pincio, che fu giardino donato dall'imperatore Adriano al suo amante Antinoo ( con l'effige del quale coniò anche monete!) si riuniva, prima del sorgere di qualunque gruppo politico-culturale, di liberazione omosessuale o sessuale - un gruppo eterogeneo di omosessuali, composto , fra gli altri, dal  sottoscritto, dal Prof. Ferdinando Ormea (dermatologo cattedratico dell'università cattolica Pol.co A. Gemelli), dal suo compagno Sandro, dal Prof. Moretti (assistente del Filosofo teorico Ugo Spirito). Ci riunivamo per cercare compagnia, dicevamo, ma in realtà passavamo quasi tutto il tempo a discutere della nostra condizione, allora veramente emarginata. Avevamo praticamente ricreato una nuova "Stoa".
Per anni si è discusso, abbiamo portato libri ed altro, a suffragio e sostegno delle tesi portate alla discussione.
Poi la concorde definizione fu che:

- vista la natura giuridica contrattuale del matrimonio civile,
- vista la totale assenza, nei nostri codici, dell'obbligo della diversità di sesso tra i contraenti il   contratto di nozze
- constatato che ciò è necessario per essere costituzionale (negare un contratto a causa del sesso è contro l'articolo 3 della  stessa Costituzione),
STIPULARE CONTRATTO DI NOZZE E' PIENO DIRITTO DI TUTTI I CITTADINI ITALIANI, COMPRESI GLI/LE OMOSESSUALI.

La stessa lingua italiana ci soccorre: CONIUGE non ha sesso definito!
Una forte spinta in tal senso,  è stata data dall' allora  appena nata Legge sul divorzio.
Se questa legge rende dignità alle donne , il matrimonio- ragionammo - renderà dignità agli/lle omosessuali, abbattendo definitivamente il pregiudizio nei nostri confronti.

Invece, per ora, dopo tanti anni, rimane la sola constatazione che la Spagna, ha superato l'Italia, sul piano del Diritto.
Forse non è un caso che da sempre, i locali omosessuali spagnoli, hanno il libero ingresso e le consumazioni costano meno di un terzo che da noi!
CUI PRODEST? A chi giova questa nostra situazione?

13 giugno 2007

sabato 7 febbraio 2015

L'Italia manca di un vero e proprio movimento gay la cui funzione sia di operare all'interno della propria comunità, della quale deve stare al servizio e non servirsene

LA FUNZIONE DEI GRUPPI SOCIALI NELLA PERCEZIONE DELLA MALATTIA

Massimo Consoli

direttore di OMPO

"Abbiamo imparato che, da soli, non possiamo avere successo. Da soli nella nostra disciplina, da soli nella nostra cultura, da soli nel nostro Paese, nella nostra regione. Eppure, ci è difficile trovare un linguaggio comune e lavorare insieme. Abbiamo visto che l'isolamento è inefficace e pericoloso e che lo scambio, il dialogo, la tolleranza e la solidarietà sono fonti di forza e la porta che si apre ad un più efficace controllo e attenzione".

Jonathan Mann, Chairmandella VIII Conferenza Internazionale sull'AIDS

Amsterdam 19 luglio1992

L'impatto dell'AIDS nella nostra società (occidentale) è stato particolarmente devastante, perchè si è manifestato, almeno nella sua fase iniziale, all'interno della comunità culturalmente e intellettualmente più vivace, ma anche più discriminata di tutte: la comunità gay.

In effetti , l'intervento umano ha contribuito in maniera decisiva alla creazione di un ambiente favorevole allo sviluppo dell'epidemia, soprattutto criminalizzando l'identità gay o la manifestazione dell'affettività maschile. La responsabilità primaria è dell'ideologia monoteistica, drasticamente anti-omosessuale, e soprattutto del cristianesimo cattolico che è contrario a qualsiasi forma di sessualità non mirata all'autoriproduzione all'interno di una situazione familiare, che non è affatto "naturale" come si continua a ripetere con evidenti intenti propagandistici, ma è inventata dalle stesse strutture religiose (matrimonio monogamico). Non è un caso che nelle situazioni più facilmente studiabili (e studiate), quando vari gruppi religiosi vivono a stretto contatto l'uno dell'altro, com'è negli Stati Uniti, salta agli occhi in maniera difficilmente contestabile che i cattolici sono più colpiti dal virus HIV dei non cattolici.

Ciò è conseguenza del rifiuto che la Chiesa di Roma oppone all'educazione sul sesso sicuro e al suo corollario di informazioni sull'uso dei mezzi contraccettivi e di rispetto dell'affettività umana in tutte le sue manifestazioni. Tale rifiuto passa inosservato solamente nel nostro Paese, mentre altrove è continuo motivo di condanna dell'operato papale, come sulle pagine del New York Time, che accusa il pontefice di minare alla base gli sforzi delle autorità sanitarie pubbliche: o come dalle parole del professor Jonathan Mann, chairman dell'VIII Conferenza Internazionale sull'AIDS, che ad Amsterdam dichiarò senza alcuna paura come "la dichiarazione vaticana in cui si sostiene la necessità di discriminare gli omosessuale possa avere solo un effetto: aumentare la diffusione dell'AIDS. Nell'Africa equatoriale, dove questa discriminazione è stata introdotta dai missionari in tempi relativamente recenti e dove, di conseguenza, ancora non è penetrata a fondo nell'irrazionale collettivo di quelle popolazioni, l'AIDS ha trovato altre modalità di trasmissione. Nelle culture islamiche, dove il rapporto tra maschi non è assolutamente vietato (come si crede in Occidente), ma ha una precisa valenza gerarchica e una funzione di distribuzione dei ruoli, e dove non c'è alcuna fobia contro il sesso di per sé, l'AIDS ancora non è collegato a nessun particolare gruppo sociale o, per essere più precisi, è considerato una malattia degli "occidentali".


Nella nostra società, di conseguenza, la criminalizzazione dei rapporti sessuali tra maschi ha comportato non di certo la loro scomparsa, visto che rappresentano una manifestazione del proprio io che non è assolutamente cancellabile con una norma giuridica o con un'interdizione religiosa, ma un loro sprofondare nei sotterranei del proibito, del "proibizionismo" affettivo. Così, quello che si sarebbe potuto fare tranquillamente tra due persone, all'interno di un'abitazione, con tutte le comodità e i relativi vantaggi (anche igienici), si è stati costretti a manifestarlo in maniera anonima (per paura dei ricatti o, comunque, di essere "riconosciuti" come omosessuali perfino dal proprio partner occasionale) all'interno di dark-rooms, di stanze buie, umide, dove il rapporto erotico perde di ogni sovrastruttura umana per essere ricondotto alla propria naturalità animale. Ed è all'interno di queste strutture commerciali che l'AIDS ha trovato l'opportunità per realizzarsi e diffondersi. E' ormai indubbio che certi comportamenti erotici, che facevano parte della cultura gay conseguente alla "rivoluzione sessuale" degli anni Settanta, sono stati il terreno "ideale per la disseminazione del virus". E' altrettanto indubbio, comunque, che tutto il resto della società ha risentito dello stesso clima e ne ha subìto le stesse conseguenze. In effetti, un libro scritto prima della comparsa dell'AIDS avvertiva: "un cambiamento nei costumi sessuali della nazione ha garantito che, a parte quel che riguarda il comune raffreddore, le malattie veneree hanno afflitto più americani di tutte le altre infezioni combinate".

Ma "è ragionevole presumere che se le attitudini sociali antiomosessuali, legate al nostro fondamentalismo religioso e alla paura di rapidi mutamenti sociali, non fossero state presenti, l'espressione culturale dogmatica della rivoluzione sessuale gay non sarebbe stata così diffusa. Probabilmente ci sarebbe sempre stato sesso anonimo in forma aggressiva, ma non in maniera così prevalente. Al contrario, gli uomini avrebbero potuto vivere insieme apertamente in relazioni molto più stabili. E' la discriminazione contro l'omosessualità che ha promosso quel tipo di comportamenti.

I gay americani lo hanno capito subito, o quasi. All'inizio, la comunità si rifiutò di riconoscere i problemi derivanti da rapporti diversi e da comportamenti a rischio, ma nel giro di un paio d'anni cominciò un'attività educativa che per parecchio tempo fu la sola ad avere un senso.

La stampa gay USA rimase " a lungo l'unico posto dov'era possibile interpretare, per un non addetto ai lavori, gli articoli che apparivano sul New England Journal of Medicine e sul The Lancer, mentre nel nostro Paese, a parte l'eccezione di Ompo, i giornali gay scrivevano le stesse incredibili e inaccettabili idiozie dei gionali non-gay.

E fu proprio dall'interno della comunità gay (americana) che venne la prima risposta alla "peste del XX secolo". Il 4 gennaio 1982, dopo un primo appuntamento informale tenuto l'11 agosto precedente, sessanta amici si incontrarono di nuovo nell'appartamento newyorkese di Larry Kramer e si costituirono in associazione prendendo il nome di "Gay Men's Health Crisis" (GMHC). C'erano tra loro Paul Popham, Edmund White, nathan Fain, Larry Mass, Paul Rapoport. Nel 1988 la GMHC diverrà la più importante organizzazione non governativa a lottare contro l'AIDS, con un organico di 1400 volontari non pagati e una disponibilità annuale di oltre 7 milioni di dollari.

Da questo momento in poi, Paese di grande tradizione e di lunga militanza nella lotta contro il pregiudizio antigay esprimeranno le organizzazioni più famose e più imitate nella lotta contro la sindrome. A New York, la stessa GMHC sarà totalmente riconosciuta, accettata e integrata nel sistema che il suo fondatore Larry Kramer si troverà costretto a sconfessarla e a creare una struttura più radicale e battagliera, l'ACT UP! (AIDS Coalition to Unleash Power", cioè Coalizione AIDS per sprigionare energia"; la sigla, in realtà, è un gioco di parole che suona come un imperativo "Agire subito!").

Anche ACT UP!, a un certo momento, entrerà in crisi. La lotta per le terapie a basso costo e per la veloce disponibilità dei farmaci in sperimentazione che erano tra i motivi principali che avevano portato alla sua nascita, non sembra più aver motivo di esistere.

A San Francisco si fanno strada lo Shanti Project e l'ADAPT (Association for Drug Abuse Prevention and Treatment: un altro gioco di parole che vuol dire "Adattarsi", con evidente riferimento alla necessità di reintegrare il tossico nella società). In Gran Bretagna è la Terrence e Higgins Trust (dal nome della prima vittima dell'epidemia) la struttura più importante del Paese, mentre in Germania la Deutsche AIDS Hilfe (DAH) indicherà la strada da seguire a mezza Europa. Al di là di queste, quasi tutte le altre associazioni saranno utili all'interno del proprio territorio, ma avranno ben poco di originale: basti pensare ai primi opuscoli di consigli diffusi agli albori dell'epidemia. "Quando il tuo amico ha l'AIDS", per esempio, ha una storia straordinaria e tortuosa. Pubblicato per la prima volta dalla Chelsea Psychotherapy Associates nel 1984, in Italia verrà tradotto e ristampato nel luglio dell'anno successivo sui Quaderni dell'OMPO dopodichè il numero di ri-traduzioni e ristampe in varie lingue diventa impossibile da seguire, tanto da far sorgere il dubbio che sia diventato un mezzo per chiedere e ottenere finanziamenti pubblici. Il problema, nel nostro Paese, si è presentato con particolare gravità per una caratteristica che, dapprima positiva, con lo scorrere del tempo si è trasformata drammaticamente negativa. Nel 1803 il ministro della Giustizia di Napoleone, Jean Jacques Régis de Cambacérés (1753-1824), elaborò un nuovo Codice civile nel quale, con una certa dose di astuzia, evitò accuratamente di menzionare quello che allora era definito "crimine di sodomia". In questo modo, visto che "nullo crimen sine lege", il legislatore francese lo escluse automaticamente dal numero dei reati perseguibili, e senza neanche scatenare una qualsiasi opposizione. Il "Code Napoléon" entrò a far parte delle legislazioni di parecchi Stati europei ma, mentre il "silenzio" sulla sodomia veniva di tanto in tanto interrotto e legislazioni repressive venivano reintrodotte un po' dappertutto (perfino nella stessa Francia), l'Italia restava un'isola felice. Il Codice Sardo del 1859, all'articolo 425 puniva l'omosessualità praticata con violenza o che dava pubblico scandalo, ma quando il Paese venne unificato anche dal nuovo Codice Sardo-Italiano (1861), l'influenza di Cambacérés si fece sentire attraverso il Codice del Granducato di Toscana, preso a modello perchè considerato il più liberale tra i vari statarelli nei quali era divisa la penisola. Neanche il Codice Rocco (1 luglio 1931) prevedeva il "reato" di omosessualità, che i nostri connazionali non sentivano "italiano", ma "un vizio tipico dei popoli nordici". Tant'è che la parola più conosciuta per indicare l'omosessuale passivo, "frocio", è opinione comune che indicasse gli stranieri (secondo alcuni le "froge" del naso delle guardie svizzero-tedesche del Papa; secondo altri il vocabolo è una deformazione dell'originale "francese").

Nonostante due tentativi di introdurre una legislazione antigay (Clemente Manco dell'MSI e Bruno Romano del PSDI, nel 1961), l'Italia si presenta, agli inizi degli anni Ottanta,come l'unico Paese occidentale a non discriminare i propri cittadini secondo l'orientamento affettivo o sessuale. Ora,visto che storicamente parlando i movimenti gay di tutto il mondo sono nati come reazione a una legge antiomosessuale e con l'intenzione più o meno apertamente dichiarata di abrogarla, l'Italia si è trovata svantaggiata dal punto di vista organizzativo perchè, di fronte a un'indifferenza iniziale, poi diventata insofferenza, da parte della maggioranza della popolazione nei confronti dei propri elementi gay, la mancanza di un'avversione istituzionalizzata ha impedito quel fenomeno di aggregazione di grandi masse che nell'America settentrionale e negli altri Paese d'Europa riunisce addirittura centinaia di migliaia di persone.

Così, quando l'AIDS fa il suo ingresso "ufficiale" da noi, nel 1983, non trova ad affrontarlo una comunità già collaudata e coesa da lotte contro un comune nemico. L'Italia manca di un vero e proprio movimento gay la cui funzione sia di operare all'interno della propria comunità, della quale deve stare al servizio e non servirsene, per la quale deve avere una funzione di informazione, di formazione, di educazione. Da noi non c'è mai stato un dibattito serio su questo argomento e i circoli sono nati a volte addirittura con l'intenzione di gestire discoteche o saune, quasi mettendosi in concorrenza con i locali commerciali, o avendone la segreta aspirazione. Per questo nessuno aveva mai pensato di fornire quei servizi che dovrebbero essere addirittura banali, in una situazione del genere. In particolare, in Italia è mancato il servizio di collegamento medico tipico degli Stati Uniti, dell'Olanda, della Germania prima degli anni Ottanta, messo su da ricercatori intelligenti e privi di pregiudizi soprattutto per combattere l'epatite B. E' rilevante ricordare che i rapporti tra la comunità gay americana e gli scienziati dei Centers for Disease Control (CDC) erano talmente buoni, che furono proprio i medici del MMWR a porsi il problema di come dare la prima notizia dell'incombente epidemia al pubblico. Visto che "quelli che operavano nella divisione malattie veneree avevano una lunga esperienza di lavoro con la comunità gay ed erano preoccupati di offendere la suscettibilità di un gruppo con il quale era ovvio che avrebbero dovuto lavorare a stretto contatto nei mesi a venire. In maniera altrettanto significativa, erano anche al corrente che i gay non erano di certo la minoranza più amata.

E' questa rete sanitaria, fatta di medici gay e di consultori nati negli anni Settanta, indirizzata a un'utenza gay, "specializzata nel trattamento delle malattie sessualmente trasmesse e dell'epatite B...adattata ai bisogni specifici di questa comunità..ormai con una tradizione consolidata per i suoi problemi di salute"...costituita da strutture già pronte in caso di bisogno, che ha attenuato di molto l'impatto dell'AIDS e "ha fornito le basi per una pronta risposta "all'epidemia". Ma la svolta più "straordinaria" e che veramente pone il nostro Paese sotto una luce di "illuminismo quasi rinascimentale" (almeno agli occhi degli osservatori stranieri che, inizialmente, la credono frutto di chissà quale profondo e sotterraneo lavorìo) avviene dopo la V Conferenza Internazionale sull'AIDS tenutasi a Montreal, Canada, dal 4 al 9 giugno del 1989. In Canada, il gruppo rivoluzionario di Larry Kramer, ACT UP! Fa il suo ingresso trionfale nella politica internazionale, occupando il palco della presidenza fin dalla cerimonia di apertura, ricevendo gli applausi scroscianti di praticamente tutti i partecipanti (medici, ricercatori, giornalisti, politici), contestando la politica degli Stati Uniti da ogni punto di vista, per la discriminazione dei sieropositivi, per l'inadeguatezza dei finanziamenti, per la lentezza nelle ricerche, per i prezzi troppo alti dei medicinali e distribuendo un documento decisivo: il "Manifesto di Montreal", una vera e propria "Dichiarazione dei Diritti Universali e dei Bisogni delle Persone che Vivono con la Malattia da HIV. E' in questa occasione che i nostri politici, i nostri giornalisti e i nostri ricercatori, in linea generale totalmente all'oscuro di ciò che l'espressione "comunità gay" indica, rimangono folgorati sulla via di Damasco. Nel 1991 la Conferenza avrà luogo a Firenze. Bisogna dimostrare che l'Italia è un Paese democratico, rispettoso delle sue minoranze. Dice profeticamente (o programmaticamente) il professor Giovanni Battista Rossi proprio nel corso della conferenza stampa di chiusura riservata ai mezzi di comunicazione italiani presenti a San Francisco l'anno precedente, che "Firenze riuscirà ad assorbire il fenomeno politico collegato alla contestazione dei gruppi che già annunciano la loro presenza". E a Firenze la contestazione verrà assorbita in maniera eccellente. In effetti, risulta chiara la mancanza di coscienza politica, di unità e di organizzazione dei gruppi gay italiani anche in quella che dovrebbe essere l'occasione più importante: proprio nel corso dell'ampiamente preannunciata sfilata per il centro cittadino, che dovrebbe servire a dimostrare la forza dei movimenti non governativi del nostro Paese. Gli americani, i tedeschi e i francesi, dopo aver invano aspettato che il corteo si metta in moto, decidono di cominciare a marciare per conto loro. Gli italiani, finalmente, si scuotono e, poiché giocano in casa, riescono a mettersi alla guida dei dimostranti grazie alal buona educazione degli ospiti stranieri. E qui le contraddizioni risultano ancora più marcate. Questi urlano i loro slogan più collaudati e politicizzati: "Stop AIDS Now", "Dottori fascisti, tirate fuori i nuovi farmaci dai cassetti", "Condom gratis, siringhe gratis", "Muoiono più donne con l'AIDS"... mentre gli italiani seguono una Fatina Azzurra e un Pinocchio multicolore cantando " Oh quante belle figlie madama Dorè, oh quante belle figlie..."

La dimostrazione è stata permessa dalla Questura, il percorso è stato studiato a tavolino e approvato; i gruppi italiani hanno ricevuto agevolazioni finanziarie e organizzative per raggiungere Firenze. Non solo: parecchi tra i nostri connazionali rimangono sfavorevolemente impressionati dalla bellicosità degli americani e, quando la Deutsche AIDS Hilfe proietta filmati che rappresentano scene di sesso sicuro riprese "dal vivo", i loro commenti sono ampiamente negativi e del genere " non bisogna esagerare", "non bisogna distruggere il rapporto che siamo riusciti a costruire con le istituzioni". Si è lontani di una generazione dal convegno dell'anno precedente a San Francisco, dove centinaia e centinaia di militanti si mettevano in fila per farsi ammanettare, arrestare e denunciare, per dimostrare conil sacrificio personale le contraddizioni di un sistema che consideravano sbagliato e per mettere pubblicamente in crisi la politica governativa sull'AIDS. A Firenze le uniche contestazioni serie vengono portate avanti da piccoli gruppi ( di solito due, tre persone) di militanti di ACT UP – New York o degli olandesi, che corrono da una sala all'altra con i loro striscioni e continuano a venir visti con diffidenza mista a invidia e a un incomprensibile senso di superiorità snobistica da parte italiana.

Nonostante ciò, le autorità continuano a non capire cosa sta avvenendo sotto i loro occhi. Fraintendono e confondono tra gay, animalisti, politrasfusi, fiorentini e berlinesi e identificano la comunità gay italiana con quelli che diverranno i Grandi Elettori di Clinton. Ciò mentre si comincia a capire come una delle cause dell'aumento drammatico dell'AIDS, che dal 78^ posto occupato nella graduatoria mondiale agli inizi degli anni Ottanta ci ha portati ormai tra i primi dieci, viene proprio dalla mancanza di un forte movimento che nel nostro Paese si sia fatto portavoce delle aspirazioni (legittime) di una comunità gay cosciente, informata e militante.

I gay italiani, totalmente impreparati dal punto di vista culturale e associativo, si sono trovati a godere di vantaggi non richiesti e addirittura inaspettati, concessi per sopprimere ogni opposizione reale, per mantenerli in un limbo amorfo dal quale non potessero uscire, perchè, altrimenti, avrebbero creato difficoltà non solo atutto il sistema ma anche ai vari gruppi che avevano assunto ilruolo spiacevole di cani da guardia. Com'è già successo altrove, " per la prima volta i loro leader vengono ufficialmente riconosciuti e sono ricevuti da politici di livello governativo, gli omosessuali sono considerati come una vera e propria base elettorale". E' sintomatico che mentre altrove i gay sono all'avanguardia della contestazione al potere, da noi questo compito viene svolto più efficacemente da altri tipi di strutture che non riescono ad avvantaggiarsi della stessa vera e propria rivoluzione culturale in atto. Anche nel settore delle campagne informative le organizzazioni gay finiscono per assumere -e ricevere - ruoli controversi. Il Ministero della Sanità stanzia 141 miliardi per una campagna da condurre sui mezzi di comunicazione di massa. Una parte consistente è prevista per le pubblicazioni gay con lo scopo di raggiungere questa comunità così strettamente collegata all'epidemia. Praticamente tutti i periodici omosessuali ricevono finanziamenti tranne Ompo, la più antica pubblicazione gay italiana e la prima che nel nostro Paese ha parlato di AIDS.Non solo, è Ompo che ha coniato l'espressione "Peste del XX secolo", allertando la nostra stampa sul prossimo arrivo dell'epidemia. E' sempre Ompo, che, con un tempismo da noi difficilmente concepibile, si trasforma in "prima pubblicazione al mondo dedicato alla sindrome da immunodeficienza acquisita". E' ancora Ompo che, per qualche anno, gestirà una trasmissione radio settimanale incentrata sull'AIDS, un'altra esclusiva che, stranamente, mette l'Italia avanti a tutti e che avrà un impatto enorme nella conoscenza dell'epidemia.. Infine, è Ompo a occuparsi e sempre per primo in Italia, della traduzione, pubblicazione e diffusione di una serie di opuscoletti informativi. "Quando il tuo amico ha l'AIDS, "HTLV-III/LAV : Che cos'è?". "Direttive per il controllo dell'infezione relative al personale medico e paramedico", "Hiv e gli anticorpi. Test o non test?"; oltre a essere stato l'unico, ancora oggi, ad aver curato la riproduzione e la distribuzione di un'altra serie di volumetti riservati alle comunità di lavoratori stranieri in Italia, in varie lingue, in arabo, in cinese, in inglese, in portoghese, in turco, in spagnolo, in greco, in serbo-croato...Ma neanche Rome Gay News, l'unico settimanale del genere del nostro Paese, spedito a parlamentari, sindacati, amministratori comunali, a tutti i quotidiani, ai settimanali, ai periodici di informazione e sanitari, ai gruppi gay, a duecento fra le più importanti pubblicazioni straniere e perfino al Presidente della Repubblica viene mai sovvenzionato dal denaro pubblico.

Ma il vero, gravissimo, problema dei gruppi che in Italia hanno cercato di provvedere all'educazione, alla prevenzione e al counseling delle rispettive comunità, è il "provincialismo". Forse perchè ancora convinti di essere gli eredi di una grande civiltà (ma non si capisce quale), gli italiani non studiano, non viaggiano (se non per turismo, gli unici che vanno all'estero per studio sembrano soltanto i ricercatori medici e gli scienziati spaziali), non conoscono le lingue straniere, non sanno nulla di quel che succede altrove se non attraverso gli articoli (costantemente inesatti e/o approssimativi che leggono sulla stampa non specializzata). E, in effetti, una buona parte dei dirigenti e dei responsabili delle varie organizzazioni non sono affatto tecnici, con una consoscenza dettagliata e inattaccabile dell'argomento di cui si occupano, ma politici, abilissimi nel calibrare alleanze o nel formulare richieste di finanziamenti.

Forse è utile ricordare di nuovo che Larry Kramer, fondatore delle due più importanti organizzazioni che si siano occupate di AIDS, è entrato in conflitto con la sua GMHC perchè oramai invasa dai politici, troppo burocratizzata e compromessa con il potere. Durante l'annuale Conferenza dei Sindaci del giugno 1983, la GMHC "impressionò i partecipanti con una documentazione accuratamente presentata, che comprendeva diagrammi computerizzati e metodiche descrizioni di lavori", mentre nel 1987, in un documento che ne illustrava l'organizzazione, "v'erano rappresentate "ottanta funzioni o uffici raggruppati in sette direzioni distinte: informazione pubblica, finanze e amministrazione, servizi per gli utenti, educazione, servizi legali, programma d'informazione per i mezzi di comunicazione, sviluppo..." Questo era anche il motivo per il quale Kramer, quando decise di tornare sul campo di battaglia fondando ACT UP!...stabilì di mantenere l'apparato burocratico al più basso livello possibile.

Popham voleva che la GMHC organizzasse una rete di servizi sociali (ed entro certi limiti, anche medici) per i gay, una sorta di struttura interna, parallela, alla società. Kramer pensava che questo duplicato fosse non solo inutile, ma alla fine addirittura dannoso alla stessa comunità gay, che in tal modo finiva per ghettizzarsi sempre di più. Per lui, la GMHC doveva premere sul Comune di New York affinchè fosse la pubblica amministrazione a fornire i dovuti servizi a tutti i cittadini. Alla luce degli avvenimenti successivi è facile notare come GMHC, una volta ottenuti i soldi necessari per mandare avanti il proprio macroscopico apparato, si sia sempre dichiarata soddisfatta infischiandosene di tutto il resto, mentre la posizione "rivoluzionaria" di ACT UP!".. diventa più comprensibile. I militanti della "Coalizione AIDS per sprigionare energia" punzecchiavano le istituzioni per spingerle a fare il proprio dovere, per finanziare le ricerche, per accelerare i tempi di sperimentazione dei farmaci, per rendere le cure disponibili a tutti coloro che ne avessero bisogno, per rimuovere lo stigma sociale attaccato a certe malattie o le norme giuridiche discriminanti. Ma mentre negli Stati Uniti la presenza dialettica di queste due posizioni ha contribuito, in ogni caso, a un avanzamento di tutto il discorso anche sociale sulla sindrome da immunodeficienza, nel nostro Paese il problema è aggravato dal fatto che non è mai esistita una struttura ( o un'ideologia) anche lontanamente paragonabile ad ACT UP! Questo è il vero dramma che siamo costretti a sopportare.

Massimo Consoli


da: Libro Italiano dell'Aids - Mc Graw-Hill 1994