sabato 29 agosto 2015

MASSIMO CONSOLI : avrei voluto donare il mio archivio al circolo romano Mario Mieli, ma tutti possono capire perché poi non l’ho fatto.


INTERNATIONAL GAY HISTORY ARCHIVES

New York  1981-1996

 

 

New York.  Fondato da Bruce Eves e Hohn Hammond, deriva da una collezione di opuscoli e libri che costituiscono un progetto di storia gay per una biblioteca originariamente dagli scopi più ampi. La biblioteca era collegata alla libreria W.W.3, di New York, fin dal 1975, ed era stata creata da Suber Corley, Bruce Eves (Direttore), il sottoscritto Amerigo Marras (Fondatore), e Paul Mc Lelland. Tutti venivano (venivamo) da Toronto, in Canada. L’idea iniziale era di raccogliere solo informazioni correnti, in quanto storia nel momento della nascita dei conflitti sociali e delle lotte politiche per i diritti umani.

L’Archivio Internazionale venne costituito più tardi fu gay nel contenuto, ma più ambizioso negli scopi, comprendendo schedari storici e per autori o organizzazioni. Il suo modello fu lo straordinario Gay Archive di Toronto, ben utilizzato e utile per la sua funzione politica di attiva conservazione della storia della popolazione gay in quella città.

La prima consistente donazione di materiali fu il lascito dei documenti della Gay Activists Alliance, allora sul punto di sciogliersi. Bruce Eves divenne l’ultimo grafico dell’ultimo numero del loro giornale. In seguito, arrivarono gli archivi privati di Arthur Bell, che era stato il primo giornalista ad essere assunto come gay reporter da un periodico dell’establishment editoriale americano (“The Village Voice”).Altri autori si fecero avanti, come Jonathan Katz (“Gay American History”), che fece dono del manoscritto del suo fondamentale libro. Dopo il 1983 gli archivi si trasferirono da Manhattan a Brooklyn, senza mai ricevere finanziamenti pubblici e senza che sembrasse possibile che due persone riuscissero a farli funzionare in maniera efficiente e a tempo pieno. Nel 1988 una metà venne ceduta alla New York Public Library, e più di recente l’altra metà è entrata a far parte del patrimonio del Gay and Lesbian Community Services Center. Uno storico gay come Massimo Consoli (che io ho cercato, inutilmente, di convincere), ne sarebbe stato il Direttore ideale, qui a New York.

 

 

 

 

ARCHIVIO MASSIMO CONSOLI

Roma  1959 – 1996

 

 

PIU’ DI UN DOCUMENTO OLOGRAFO

 

Mi dispiace molto che l’Archivio Internazionale di Storia Gay non sia più nelle mani dei suoi fondatori. Mi dispiace molto, e per due motivi. Il primo è che sono da lungo tempo attento osservatore delle sconfitte e delle vittorie riportate dal movimento gay, dalla comunità e dai singoli individui che intraprendono delle iniziative. Purtroppo, le vittorie sono poche, mentre le sconfitte sembrano accumularsi senza soluzione di continuità. Ogni volta che il fax non riceve più l’ultimo numero della nostra agenzia, o il postino ci restituisce la corrispondenza che avevamo spedito perché il destinatario ha cessato le attività, in redazione l’atmosfera diventa cupa. Ma non crederò mai a quanto sosteneva Donald Webster Cory, celebratissimo autore di “The Homosexual in America” che in un libro molto meno conosciuto (“Odd Man In”, 1969), proclamava che i gay erano profondamente disturbati ed incapaci di formare organizzazioni durevoli nel tempo. La realtà è ben diversa e, semmai, più complessa. La situazione sociale e legale nella quale vive l’omosessuale gli impedisce o gli rende difficile il mantenimento di organismi e strutture che non riescono a godere dei vantaggi considerati normali per chiunque altro. In compenso, sono costretti a subire tutte le difficoltà delle organizzazioni ai limiti della legalità o, in certi paesi, considerati del tutto illegali.

In queste condizioni c’è ben poco da sperare. Bruce Eves e John Hammond hanno salvato il loro archivio privandosene. Cedendolo a due organismi uno dei quali, la New York Public Library, fa parte del sistema ed al sistema stesso è funzionale. L’Archivio Internazionale di Storia Gay, ormai, è gay solo nel contenuto, ma non più nelle strutture (e negli scopi), con tutto ciò che di negativo una tale situazione può comportare. Il secondo motivo di dolore è nei miei problemi di identificazione. Anch’io ho fondato un archivio e sono quasi quarant’anni che lotto per la sua sopravvivenza. Devo quotidianamente vincere la tentazione di abbandonare tutto e di accettare incarichi più socialmente integrati (e meglio retribuiti) in Italia e all’estero, per il solo piacere di averlo con me, di viverci dentro, di arricchirlo giorno dopo giorno di un altro libro introvabile, di un numero di un periodico che mi permetta di rilegare un’intera annata, di una lettera di un ricercatore all’affannosa ricerca della soluzione ad un problema al quale io posso contribuire in dieci minuti. E poi, devo sostenere gli attacchi degli jettatori di professione che, sempre più spesso con l’avanzare degli anni, si preoccupano della mia salute esclusivamente in funzione dell’archivio.

“Hai deciso a chi lasciarlo?”, mi chiedono insistentemente al primo colpo di insolita tosse, o alla prima lamentela di stanchezza. Oppure, “Che ne sarà di tutte queste raccolte quando tu non ci sarai più?”

No. Non ho ancora deciso a chi lasciarlo.

L’avrei voluto donare al Comune di Roma. Poi, nel 1980 l’amministrazione capitolina (leggi, PCI), mi mise in una situazione tale da costringermi ad accettare un invito che veniva da New York, dove rimasi cinque anni. L’avrei voluto donare alla Biblioteca Nazionale Vittorio Emanuele II, poi ho visto che è quasi impossibile potervi consultare certi libri…

L’avrei voluto donare allo stesso IGHA di New York, ma la loro mancanza di una sede stabile e delle necessarie strutture organizzative mi fece desistere fin da allora. L’avrei voluto donare al circolo romano Mario Mieli, ma tutti possono capire perché poi non l’ho fatto.

L’avrei voluto lasciare a Gheddafi per una certa somiglianza caratteriale che ci accomuna. Infatti, se come dicono in molti, sono stato un pazzo a spendere una fortuna in libri, opuscoli, giornali, cartoline, manifesti, spille e oggetti vari legati alla cultura gay, chi meglio di un altro pazzo (con in più i vantaggi del potere) avrebbe potuto amministrare questo capitale?

A New York, ricoverato in un letto d’ospedale per un’infezione contratta in Africa, e sentendomi prossimo a morire dopo una notte di inarrestabile diarrea, chiesi carta e penna per fare testamento a favore di Felix Cossolo, un militante della seconda generazione che, all’epoca, sembrava molto ben intenzionato..

Grazie al cielo(!) sono vivo ed in buona salute (almeno sembra!), con l’intenzione di seppellire tutti gli amici così preoccupati delle mie condizioni fisiche…

L’avevo perfino messo in vendita, il mio archivio, come un principe innamorato decide di vendere lo schiavo favorito che lo fa tanto soffrire. L’ho messo in vendita per una cifra folle: cento milioni. Grazie al cielo(!!), nessuno si è fatto avanti, ignorando che nei soli Stati Uniti ne ho spesi centottanta, di milioni! Però, è dura andare avanti. Per mancanza di spazio, i libri non seguono più quello che una volta era un perfetto ordine logico, ed è oramai un problema rintracciare “Die Homosexualitaet”, di Magnus Hirschfeld, che proprio recentemente avevo intravisto tra “L’omosessualità negli animali”, di Giorgio Celli, ed una ventina di annate rilegate di “Arcadie” (che, tra l’altro, non riesco più a trovare!).

Del resto, perché dopo aver penato tutta una vita andando da Roma ad Amsterdam in autostop, da Forlì a Lugo di Romagna a piedi, da Bruxelles a Parigi in treno, da New York a Boston e da San Francisco a Los Angeles in aereo, dalla Danimarca alla Svezia in traghetto..per rintracciare libri creduti persi o cartoline rare o giornali introvabili..perché dovrei donare tutto quello che ho raccolto mentre i miei amici (e i miei nemici) facevano gli stessi percorsi, ma con ben altre intenzioni? Perché sono costretto a vivere in castità da otto anni (maggio del lontano 1988..), visto che mi è impossibile perdere tempo in rapporti sessuali o relazioni che mi impedirebbero di scrivere, di studiare, di accumulare oggetti e documenti?

No. Credo proprio che mi farò seppellire, nel mio giardino, in una piramide con tutto il mio archivio, per non soffrire di noia nell’infinito di nostra Madre la Terra.

MASSIMO CONSOLI
1996

 

 

 

domenica 26 aprile 2015

molti gay ci dicono che la nostra è una situazione privilegiata, altri, invece, arricciano il naso e ci accusano di riproporre la coppia borghese ed eterosessuale, semplicemente perché stiamo insieme




guardate che "strana"
lettera,  abbiamo ritrovato 
sul n.13 gen/feb  di lambda  del 1979!


Siamo due compagni che stanno assieme da sette anni.


Molti gay ci dicono che la nostra è una situazione privilegiata, altri, invece, arricciano il naso e ci accusano di riproporre la coppia borghese ed eterosessuale, semplicemente perché stiamo insieme.


rassegna stampa del convegno tenutosi a bologna
Siamo d’accordo che, sul piano affettivo, lo stare assieme sia una situazione di privilegio, soprattutto se rapportato alla ‘norma’ omosessuale, che prevede incontri fugaci in giardinetti, cinema e discoteche. Quello che vogliamo dire è che non si tratta di un privilegio piovuto dal cielo, ma costruito giorno per giorno, con discussioni, beghe (quanti piatti fracassati!) e continui confronti con la realtà circostante.




In questo caso, più che di confronti si può parlare tranquillamente di scontri a differenza dell’omosessuale solo, che si può facilmente relegare nei margini consentiti (ancora una volta cinemini e discoteche), una coppia omosessuale, dichiarata, occupa spazi non previsti e scombina quel nucleo basilare della società che è la famiglia, proponendo uno stare insieme diverso e inquietante. Una coppia gaia, che non voglia ricalcare gli schemi della coppia “normale” giustamente in crisi, deve inventare giorno per giorno il suo comportamento, specialmente se deve lavorare per vivere e quindi è obbligata a calarsi nella realtà dei colleghi  di lavoro, degli amici, dei negozi dove fare la spesa e delle vicine di casa, che ti guardano sbattere le lenzuola (matrimoniali!). Non ci sono punti di riferimento, a parte le lunghe interminabili, discussioni con i compagni gay politicizzati o consci della loro situazione, o la preziosa amicizia con quelle donne coraggiose che devono inventarsi, anche loro, una vita fuori dagli schemi maschilisti.

Tutto questo non basta, e non basta, principalmente, la scarsa disponibilità degli omosessuali, per quello che ci riguarda, quelli non politicizzati sono assorbiti dal sesso, mentre gli altri rischiano di far sfociare nel fatalismo totale le loro difficoltà esistenziali.

Data questa situazione, noi rischiamo di condizionare i nostri rapporti con tutto il movimento: ci troviamo, infatti, sempre più spesso e sempre meglio, con persone eterosessuali (com’è brutta questa parola, ma un’altra non ce n’è?) in crisi, che vogliono discutersi/ci

Non siamo molto convinti che ciò sia una buona cosa: la condizione omosessuale ha ancora una specificità  ben lungi dall’essere superata ed è per questo che vogliamo, nonostante tutto, stare con gli altri gay, discutere con loro, inventare nuovi modi per uscire dal ghetto.

Eravamo andati a Bologna anche per discutere della nostra situazione, della coppia omosessuale, del nostro disagio ma la frammentarietà degli interventi e la nostra timidezza ce lo hanno impedito.

Neppure siamo riusciti a metterci in contatto con altre coppie omosessuali per confrontare le nostre esperienze. Vorremmo allora, su questo giornale, lanciare una discussione sulla coppia omosessuale, o su altre forme di associazioni gaie (qualcuno a Bologna parlava di comuni gaie, come è andata a finire?). Vorremmo anche che qualche altra coppia omosessuale si mettesse in contatto con noi.

Ciao, abbracci   Vittorio e William   TRENTO –

L'IDEA DEL MATRIMONIO TRA OMOSESSUALI : QUANDO, DOVE E DA CHI NACQUE





di Doriano Galli



DORIANO GALLI
Nell'oramai lontano 1972, in un luogo particolare di Roma, il Pincio, che fu giardino donato dall'imperatore Adriano al suo amante Antinoo ( con l'effige del quale coniò anche monete!) si riuniva, prima del sorgere di qualunque gruppo politico-culturale, di liberazione omosessuale o sessuale - un gruppo eterogeneo di omosessuali, composto , fra gli altri, dal  sottoscritto, dal Prof. Ferdinando Ormea (dermatologo cattedratico dell'università cattolica Pol.co A. Gemelli), dal suo compagno Sandro, dal Prof. Moretti (assistente del Filosofo teorico Ugo Spirito). Ci riunivamo per cercare compagnia, dicevamo, ma in realtà passavamo quasi tutto il tempo a discutere della nostra condizione, allora veramente emarginata. Avevamo praticamente ricreato una nuova "Stoa".
Per anni si è discusso, abbiamo portato libri ed altro, a suffragio e sostegno delle tesi portate alla discussione.
Poi la concorde definizione fu che:

- vista la natura giuridica contrattuale del matrimonio civile,
- vista la totale assenza, nei nostri codici, dell'obbligo della diversità di sesso tra i contraenti il   contratto di nozze
- constatato che ciò è necessario per essere costituzionale (negare un contratto a causa del sesso è contro l'articolo 3 della  stessa Costituzione),
STIPULARE CONTRATTO DI NOZZE E' PIENO DIRITTO DI TUTTI I CITTADINI ITALIANI, COMPRESI GLI/LE OMOSESSUALI.

La stessa lingua italiana ci soccorre: CONIUGE non ha sesso definito!
Una forte spinta in tal senso,  è stata data dall' allora  appena nata Legge sul divorzio.
Se questa legge rende dignità alle donne , il matrimonio- ragionammo - renderà dignità agli/lle omosessuali, abbattendo definitivamente il pregiudizio nei nostri confronti.

Invece, per ora, dopo tanti anni, rimane la sola constatazione che la Spagna, ha superato l'Italia, sul piano del Diritto.
Forse non è un caso che da sempre, i locali omosessuali spagnoli, hanno il libero ingresso e le consumazioni costano meno di un terzo che da noi!
CUI PRODEST? A chi giova questa nostra situazione?

13 giugno 2007

sabato 7 febbraio 2015

L'Italia manca di un vero e proprio movimento gay la cui funzione sia di operare all'interno della propria comunità, della quale deve stare al servizio e non servirsene

LA FUNZIONE DEI GRUPPI SOCIALI NELLA PERCEZIONE DELLA MALATTIA

Massimo Consoli

direttore di OMPO

"Abbiamo imparato che, da soli, non possiamo avere successo. Da soli nella nostra disciplina, da soli nella nostra cultura, da soli nel nostro Paese, nella nostra regione. Eppure, ci è difficile trovare un linguaggio comune e lavorare insieme. Abbiamo visto che l'isolamento è inefficace e pericoloso e che lo scambio, il dialogo, la tolleranza e la solidarietà sono fonti di forza e la porta che si apre ad un più efficace controllo e attenzione".

Jonathan Mann, Chairmandella VIII Conferenza Internazionale sull'AIDS

Amsterdam 19 luglio1992

L'impatto dell'AIDS nella nostra società (occidentale) è stato particolarmente devastante, perchè si è manifestato, almeno nella sua fase iniziale, all'interno della comunità culturalmente e intellettualmente più vivace, ma anche più discriminata di tutte: la comunità gay.

In effetti , l'intervento umano ha contribuito in maniera decisiva alla creazione di un ambiente favorevole allo sviluppo dell'epidemia, soprattutto criminalizzando l'identità gay o la manifestazione dell'affettività maschile. La responsabilità primaria è dell'ideologia monoteistica, drasticamente anti-omosessuale, e soprattutto del cristianesimo cattolico che è contrario a qualsiasi forma di sessualità non mirata all'autoriproduzione all'interno di una situazione familiare, che non è affatto "naturale" come si continua a ripetere con evidenti intenti propagandistici, ma è inventata dalle stesse strutture religiose (matrimonio monogamico). Non è un caso che nelle situazioni più facilmente studiabili (e studiate), quando vari gruppi religiosi vivono a stretto contatto l'uno dell'altro, com'è negli Stati Uniti, salta agli occhi in maniera difficilmente contestabile che i cattolici sono più colpiti dal virus HIV dei non cattolici.

Ciò è conseguenza del rifiuto che la Chiesa di Roma oppone all'educazione sul sesso sicuro e al suo corollario di informazioni sull'uso dei mezzi contraccettivi e di rispetto dell'affettività umana in tutte le sue manifestazioni. Tale rifiuto passa inosservato solamente nel nostro Paese, mentre altrove è continuo motivo di condanna dell'operato papale, come sulle pagine del New York Time, che accusa il pontefice di minare alla base gli sforzi delle autorità sanitarie pubbliche: o come dalle parole del professor Jonathan Mann, chairman dell'VIII Conferenza Internazionale sull'AIDS, che ad Amsterdam dichiarò senza alcuna paura come "la dichiarazione vaticana in cui si sostiene la necessità di discriminare gli omosessuale possa avere solo un effetto: aumentare la diffusione dell'AIDS. Nell'Africa equatoriale, dove questa discriminazione è stata introdotta dai missionari in tempi relativamente recenti e dove, di conseguenza, ancora non è penetrata a fondo nell'irrazionale collettivo di quelle popolazioni, l'AIDS ha trovato altre modalità di trasmissione. Nelle culture islamiche, dove il rapporto tra maschi non è assolutamente vietato (come si crede in Occidente), ma ha una precisa valenza gerarchica e una funzione di distribuzione dei ruoli, e dove non c'è alcuna fobia contro il sesso di per sé, l'AIDS ancora non è collegato a nessun particolare gruppo sociale o, per essere più precisi, è considerato una malattia degli "occidentali".


Nella nostra società, di conseguenza, la criminalizzazione dei rapporti sessuali tra maschi ha comportato non di certo la loro scomparsa, visto che rappresentano una manifestazione del proprio io che non è assolutamente cancellabile con una norma giuridica o con un'interdizione religiosa, ma un loro sprofondare nei sotterranei del proibito, del "proibizionismo" affettivo. Così, quello che si sarebbe potuto fare tranquillamente tra due persone, all'interno di un'abitazione, con tutte le comodità e i relativi vantaggi (anche igienici), si è stati costretti a manifestarlo in maniera anonima (per paura dei ricatti o, comunque, di essere "riconosciuti" come omosessuali perfino dal proprio partner occasionale) all'interno di dark-rooms, di stanze buie, umide, dove il rapporto erotico perde di ogni sovrastruttura umana per essere ricondotto alla propria naturalità animale. Ed è all'interno di queste strutture commerciali che l'AIDS ha trovato l'opportunità per realizzarsi e diffondersi. E' ormai indubbio che certi comportamenti erotici, che facevano parte della cultura gay conseguente alla "rivoluzione sessuale" degli anni Settanta, sono stati il terreno "ideale per la disseminazione del virus". E' altrettanto indubbio, comunque, che tutto il resto della società ha risentito dello stesso clima e ne ha subìto le stesse conseguenze. In effetti, un libro scritto prima della comparsa dell'AIDS avvertiva: "un cambiamento nei costumi sessuali della nazione ha garantito che, a parte quel che riguarda il comune raffreddore, le malattie veneree hanno afflitto più americani di tutte le altre infezioni combinate".

Ma "è ragionevole presumere che se le attitudini sociali antiomosessuali, legate al nostro fondamentalismo religioso e alla paura di rapidi mutamenti sociali, non fossero state presenti, l'espressione culturale dogmatica della rivoluzione sessuale gay non sarebbe stata così diffusa. Probabilmente ci sarebbe sempre stato sesso anonimo in forma aggressiva, ma non in maniera così prevalente. Al contrario, gli uomini avrebbero potuto vivere insieme apertamente in relazioni molto più stabili. E' la discriminazione contro l'omosessualità che ha promosso quel tipo di comportamenti.

I gay americani lo hanno capito subito, o quasi. All'inizio, la comunità si rifiutò di riconoscere i problemi derivanti da rapporti diversi e da comportamenti a rischio, ma nel giro di un paio d'anni cominciò un'attività educativa che per parecchio tempo fu la sola ad avere un senso.

La stampa gay USA rimase " a lungo l'unico posto dov'era possibile interpretare, per un non addetto ai lavori, gli articoli che apparivano sul New England Journal of Medicine e sul The Lancer, mentre nel nostro Paese, a parte l'eccezione di Ompo, i giornali gay scrivevano le stesse incredibili e inaccettabili idiozie dei gionali non-gay.

E fu proprio dall'interno della comunità gay (americana) che venne la prima risposta alla "peste del XX secolo". Il 4 gennaio 1982, dopo un primo appuntamento informale tenuto l'11 agosto precedente, sessanta amici si incontrarono di nuovo nell'appartamento newyorkese di Larry Kramer e si costituirono in associazione prendendo il nome di "Gay Men's Health Crisis" (GMHC). C'erano tra loro Paul Popham, Edmund White, nathan Fain, Larry Mass, Paul Rapoport. Nel 1988 la GMHC diverrà la più importante organizzazione non governativa a lottare contro l'AIDS, con un organico di 1400 volontari non pagati e una disponibilità annuale di oltre 7 milioni di dollari.

Da questo momento in poi, Paese di grande tradizione e di lunga militanza nella lotta contro il pregiudizio antigay esprimeranno le organizzazioni più famose e più imitate nella lotta contro la sindrome. A New York, la stessa GMHC sarà totalmente riconosciuta, accettata e integrata nel sistema che il suo fondatore Larry Kramer si troverà costretto a sconfessarla e a creare una struttura più radicale e battagliera, l'ACT UP! (AIDS Coalition to Unleash Power", cioè Coalizione AIDS per sprigionare energia"; la sigla, in realtà, è un gioco di parole che suona come un imperativo "Agire subito!").

Anche ACT UP!, a un certo momento, entrerà in crisi. La lotta per le terapie a basso costo e per la veloce disponibilità dei farmaci in sperimentazione che erano tra i motivi principali che avevano portato alla sua nascita, non sembra più aver motivo di esistere.

A San Francisco si fanno strada lo Shanti Project e l'ADAPT (Association for Drug Abuse Prevention and Treatment: un altro gioco di parole che vuol dire "Adattarsi", con evidente riferimento alla necessità di reintegrare il tossico nella società). In Gran Bretagna è la Terrence e Higgins Trust (dal nome della prima vittima dell'epidemia) la struttura più importante del Paese, mentre in Germania la Deutsche AIDS Hilfe (DAH) indicherà la strada da seguire a mezza Europa. Al di là di queste, quasi tutte le altre associazioni saranno utili all'interno del proprio territorio, ma avranno ben poco di originale: basti pensare ai primi opuscoli di consigli diffusi agli albori dell'epidemia. "Quando il tuo amico ha l'AIDS", per esempio, ha una storia straordinaria e tortuosa. Pubblicato per la prima volta dalla Chelsea Psychotherapy Associates nel 1984, in Italia verrà tradotto e ristampato nel luglio dell'anno successivo sui Quaderni dell'OMPO dopodichè il numero di ri-traduzioni e ristampe in varie lingue diventa impossibile da seguire, tanto da far sorgere il dubbio che sia diventato un mezzo per chiedere e ottenere finanziamenti pubblici. Il problema, nel nostro Paese, si è presentato con particolare gravità per una caratteristica che, dapprima positiva, con lo scorrere del tempo si è trasformata drammaticamente negativa. Nel 1803 il ministro della Giustizia di Napoleone, Jean Jacques Régis de Cambacérés (1753-1824), elaborò un nuovo Codice civile nel quale, con una certa dose di astuzia, evitò accuratamente di menzionare quello che allora era definito "crimine di sodomia". In questo modo, visto che "nullo crimen sine lege", il legislatore francese lo escluse automaticamente dal numero dei reati perseguibili, e senza neanche scatenare una qualsiasi opposizione. Il "Code Napoléon" entrò a far parte delle legislazioni di parecchi Stati europei ma, mentre il "silenzio" sulla sodomia veniva di tanto in tanto interrotto e legislazioni repressive venivano reintrodotte un po' dappertutto (perfino nella stessa Francia), l'Italia restava un'isola felice. Il Codice Sardo del 1859, all'articolo 425 puniva l'omosessualità praticata con violenza o che dava pubblico scandalo, ma quando il Paese venne unificato anche dal nuovo Codice Sardo-Italiano (1861), l'influenza di Cambacérés si fece sentire attraverso il Codice del Granducato di Toscana, preso a modello perchè considerato il più liberale tra i vari statarelli nei quali era divisa la penisola. Neanche il Codice Rocco (1 luglio 1931) prevedeva il "reato" di omosessualità, che i nostri connazionali non sentivano "italiano", ma "un vizio tipico dei popoli nordici". Tant'è che la parola più conosciuta per indicare l'omosessuale passivo, "frocio", è opinione comune che indicasse gli stranieri (secondo alcuni le "froge" del naso delle guardie svizzero-tedesche del Papa; secondo altri il vocabolo è una deformazione dell'originale "francese").

Nonostante due tentativi di introdurre una legislazione antigay (Clemente Manco dell'MSI e Bruno Romano del PSDI, nel 1961), l'Italia si presenta, agli inizi degli anni Ottanta,come l'unico Paese occidentale a non discriminare i propri cittadini secondo l'orientamento affettivo o sessuale. Ora,visto che storicamente parlando i movimenti gay di tutto il mondo sono nati come reazione a una legge antiomosessuale e con l'intenzione più o meno apertamente dichiarata di abrogarla, l'Italia si è trovata svantaggiata dal punto di vista organizzativo perchè, di fronte a un'indifferenza iniziale, poi diventata insofferenza, da parte della maggioranza della popolazione nei confronti dei propri elementi gay, la mancanza di un'avversione istituzionalizzata ha impedito quel fenomeno di aggregazione di grandi masse che nell'America settentrionale e negli altri Paese d'Europa riunisce addirittura centinaia di migliaia di persone.

Così, quando l'AIDS fa il suo ingresso "ufficiale" da noi, nel 1983, non trova ad affrontarlo una comunità già collaudata e coesa da lotte contro un comune nemico. L'Italia manca di un vero e proprio movimento gay la cui funzione sia di operare all'interno della propria comunità, della quale deve stare al servizio e non servirsene, per la quale deve avere una funzione di informazione, di formazione, di educazione. Da noi non c'è mai stato un dibattito serio su questo argomento e i circoli sono nati a volte addirittura con l'intenzione di gestire discoteche o saune, quasi mettendosi in concorrenza con i locali commerciali, o avendone la segreta aspirazione. Per questo nessuno aveva mai pensato di fornire quei servizi che dovrebbero essere addirittura banali, in una situazione del genere. In particolare, in Italia è mancato il servizio di collegamento medico tipico degli Stati Uniti, dell'Olanda, della Germania prima degli anni Ottanta, messo su da ricercatori intelligenti e privi di pregiudizi soprattutto per combattere l'epatite B. E' rilevante ricordare che i rapporti tra la comunità gay americana e gli scienziati dei Centers for Disease Control (CDC) erano talmente buoni, che furono proprio i medici del MMWR a porsi il problema di come dare la prima notizia dell'incombente epidemia al pubblico. Visto che "quelli che operavano nella divisione malattie veneree avevano una lunga esperienza di lavoro con la comunità gay ed erano preoccupati di offendere la suscettibilità di un gruppo con il quale era ovvio che avrebbero dovuto lavorare a stretto contatto nei mesi a venire. In maniera altrettanto significativa, erano anche al corrente che i gay non erano di certo la minoranza più amata.

E' questa rete sanitaria, fatta di medici gay e di consultori nati negli anni Settanta, indirizzata a un'utenza gay, "specializzata nel trattamento delle malattie sessualmente trasmesse e dell'epatite B...adattata ai bisogni specifici di questa comunità..ormai con una tradizione consolidata per i suoi problemi di salute"...costituita da strutture già pronte in caso di bisogno, che ha attenuato di molto l'impatto dell'AIDS e "ha fornito le basi per una pronta risposta "all'epidemia". Ma la svolta più "straordinaria" e che veramente pone il nostro Paese sotto una luce di "illuminismo quasi rinascimentale" (almeno agli occhi degli osservatori stranieri che, inizialmente, la credono frutto di chissà quale profondo e sotterraneo lavorìo) avviene dopo la V Conferenza Internazionale sull'AIDS tenutasi a Montreal, Canada, dal 4 al 9 giugno del 1989. In Canada, il gruppo rivoluzionario di Larry Kramer, ACT UP! Fa il suo ingresso trionfale nella politica internazionale, occupando il palco della presidenza fin dalla cerimonia di apertura, ricevendo gli applausi scroscianti di praticamente tutti i partecipanti (medici, ricercatori, giornalisti, politici), contestando la politica degli Stati Uniti da ogni punto di vista, per la discriminazione dei sieropositivi, per l'inadeguatezza dei finanziamenti, per la lentezza nelle ricerche, per i prezzi troppo alti dei medicinali e distribuendo un documento decisivo: il "Manifesto di Montreal", una vera e propria "Dichiarazione dei Diritti Universali e dei Bisogni delle Persone che Vivono con la Malattia da HIV. E' in questa occasione che i nostri politici, i nostri giornalisti e i nostri ricercatori, in linea generale totalmente all'oscuro di ciò che l'espressione "comunità gay" indica, rimangono folgorati sulla via di Damasco. Nel 1991 la Conferenza avrà luogo a Firenze. Bisogna dimostrare che l'Italia è un Paese democratico, rispettoso delle sue minoranze. Dice profeticamente (o programmaticamente) il professor Giovanni Battista Rossi proprio nel corso della conferenza stampa di chiusura riservata ai mezzi di comunicazione italiani presenti a San Francisco l'anno precedente, che "Firenze riuscirà ad assorbire il fenomeno politico collegato alla contestazione dei gruppi che già annunciano la loro presenza". E a Firenze la contestazione verrà assorbita in maniera eccellente. In effetti, risulta chiara la mancanza di coscienza politica, di unità e di organizzazione dei gruppi gay italiani anche in quella che dovrebbe essere l'occasione più importante: proprio nel corso dell'ampiamente preannunciata sfilata per il centro cittadino, che dovrebbe servire a dimostrare la forza dei movimenti non governativi del nostro Paese. Gli americani, i tedeschi e i francesi, dopo aver invano aspettato che il corteo si metta in moto, decidono di cominciare a marciare per conto loro. Gli italiani, finalmente, si scuotono e, poiché giocano in casa, riescono a mettersi alla guida dei dimostranti grazie alal buona educazione degli ospiti stranieri. E qui le contraddizioni risultano ancora più marcate. Questi urlano i loro slogan più collaudati e politicizzati: "Stop AIDS Now", "Dottori fascisti, tirate fuori i nuovi farmaci dai cassetti", "Condom gratis, siringhe gratis", "Muoiono più donne con l'AIDS"... mentre gli italiani seguono una Fatina Azzurra e un Pinocchio multicolore cantando " Oh quante belle figlie madama Dorè, oh quante belle figlie..."

La dimostrazione è stata permessa dalla Questura, il percorso è stato studiato a tavolino e approvato; i gruppi italiani hanno ricevuto agevolazioni finanziarie e organizzative per raggiungere Firenze. Non solo: parecchi tra i nostri connazionali rimangono sfavorevolemente impressionati dalla bellicosità degli americani e, quando la Deutsche AIDS Hilfe proietta filmati che rappresentano scene di sesso sicuro riprese "dal vivo", i loro commenti sono ampiamente negativi e del genere " non bisogna esagerare", "non bisogna distruggere il rapporto che siamo riusciti a costruire con le istituzioni". Si è lontani di una generazione dal convegno dell'anno precedente a San Francisco, dove centinaia e centinaia di militanti si mettevano in fila per farsi ammanettare, arrestare e denunciare, per dimostrare conil sacrificio personale le contraddizioni di un sistema che consideravano sbagliato e per mettere pubblicamente in crisi la politica governativa sull'AIDS. A Firenze le uniche contestazioni serie vengono portate avanti da piccoli gruppi ( di solito due, tre persone) di militanti di ACT UP – New York o degli olandesi, che corrono da una sala all'altra con i loro striscioni e continuano a venir visti con diffidenza mista a invidia e a un incomprensibile senso di superiorità snobistica da parte italiana.

Nonostante ciò, le autorità continuano a non capire cosa sta avvenendo sotto i loro occhi. Fraintendono e confondono tra gay, animalisti, politrasfusi, fiorentini e berlinesi e identificano la comunità gay italiana con quelli che diverranno i Grandi Elettori di Clinton. Ciò mentre si comincia a capire come una delle cause dell'aumento drammatico dell'AIDS, che dal 78^ posto occupato nella graduatoria mondiale agli inizi degli anni Ottanta ci ha portati ormai tra i primi dieci, viene proprio dalla mancanza di un forte movimento che nel nostro Paese si sia fatto portavoce delle aspirazioni (legittime) di una comunità gay cosciente, informata e militante.

I gay italiani, totalmente impreparati dal punto di vista culturale e associativo, si sono trovati a godere di vantaggi non richiesti e addirittura inaspettati, concessi per sopprimere ogni opposizione reale, per mantenerli in un limbo amorfo dal quale non potessero uscire, perchè, altrimenti, avrebbero creato difficoltà non solo atutto il sistema ma anche ai vari gruppi che avevano assunto ilruolo spiacevole di cani da guardia. Com'è già successo altrove, " per la prima volta i loro leader vengono ufficialmente riconosciuti e sono ricevuti da politici di livello governativo, gli omosessuali sono considerati come una vera e propria base elettorale". E' sintomatico che mentre altrove i gay sono all'avanguardia della contestazione al potere, da noi questo compito viene svolto più efficacemente da altri tipi di strutture che non riescono ad avvantaggiarsi della stessa vera e propria rivoluzione culturale in atto. Anche nel settore delle campagne informative le organizzazioni gay finiscono per assumere -e ricevere - ruoli controversi. Il Ministero della Sanità stanzia 141 miliardi per una campagna da condurre sui mezzi di comunicazione di massa. Una parte consistente è prevista per le pubblicazioni gay con lo scopo di raggiungere questa comunità così strettamente collegata all'epidemia. Praticamente tutti i periodici omosessuali ricevono finanziamenti tranne Ompo, la più antica pubblicazione gay italiana e la prima che nel nostro Paese ha parlato di AIDS.Non solo, è Ompo che ha coniato l'espressione "Peste del XX secolo", allertando la nostra stampa sul prossimo arrivo dell'epidemia. E' sempre Ompo, che, con un tempismo da noi difficilmente concepibile, si trasforma in "prima pubblicazione al mondo dedicato alla sindrome da immunodeficienza acquisita". E' ancora Ompo che, per qualche anno, gestirà una trasmissione radio settimanale incentrata sull'AIDS, un'altra esclusiva che, stranamente, mette l'Italia avanti a tutti e che avrà un impatto enorme nella conoscenza dell'epidemia.. Infine, è Ompo a occuparsi e sempre per primo in Italia, della traduzione, pubblicazione e diffusione di una serie di opuscoletti informativi. "Quando il tuo amico ha l'AIDS, "HTLV-III/LAV : Che cos'è?". "Direttive per il controllo dell'infezione relative al personale medico e paramedico", "Hiv e gli anticorpi. Test o non test?"; oltre a essere stato l'unico, ancora oggi, ad aver curato la riproduzione e la distribuzione di un'altra serie di volumetti riservati alle comunità di lavoratori stranieri in Italia, in varie lingue, in arabo, in cinese, in inglese, in portoghese, in turco, in spagnolo, in greco, in serbo-croato...Ma neanche Rome Gay News, l'unico settimanale del genere del nostro Paese, spedito a parlamentari, sindacati, amministratori comunali, a tutti i quotidiani, ai settimanali, ai periodici di informazione e sanitari, ai gruppi gay, a duecento fra le più importanti pubblicazioni straniere e perfino al Presidente della Repubblica viene mai sovvenzionato dal denaro pubblico.

Ma il vero, gravissimo, problema dei gruppi che in Italia hanno cercato di provvedere all'educazione, alla prevenzione e al counseling delle rispettive comunità, è il "provincialismo". Forse perchè ancora convinti di essere gli eredi di una grande civiltà (ma non si capisce quale), gli italiani non studiano, non viaggiano (se non per turismo, gli unici che vanno all'estero per studio sembrano soltanto i ricercatori medici e gli scienziati spaziali), non conoscono le lingue straniere, non sanno nulla di quel che succede altrove se non attraverso gli articoli (costantemente inesatti e/o approssimativi che leggono sulla stampa non specializzata). E, in effetti, una buona parte dei dirigenti e dei responsabili delle varie organizzazioni non sono affatto tecnici, con una consoscenza dettagliata e inattaccabile dell'argomento di cui si occupano, ma politici, abilissimi nel calibrare alleanze o nel formulare richieste di finanziamenti.

Forse è utile ricordare di nuovo che Larry Kramer, fondatore delle due più importanti organizzazioni che si siano occupate di AIDS, è entrato in conflitto con la sua GMHC perchè oramai invasa dai politici, troppo burocratizzata e compromessa con il potere. Durante l'annuale Conferenza dei Sindaci del giugno 1983, la GMHC "impressionò i partecipanti con una documentazione accuratamente presentata, che comprendeva diagrammi computerizzati e metodiche descrizioni di lavori", mentre nel 1987, in un documento che ne illustrava l'organizzazione, "v'erano rappresentate "ottanta funzioni o uffici raggruppati in sette direzioni distinte: informazione pubblica, finanze e amministrazione, servizi per gli utenti, educazione, servizi legali, programma d'informazione per i mezzi di comunicazione, sviluppo..." Questo era anche il motivo per il quale Kramer, quando decise di tornare sul campo di battaglia fondando ACT UP!...stabilì di mantenere l'apparato burocratico al più basso livello possibile.

Popham voleva che la GMHC organizzasse una rete di servizi sociali (ed entro certi limiti, anche medici) per i gay, una sorta di struttura interna, parallela, alla società. Kramer pensava che questo duplicato fosse non solo inutile, ma alla fine addirittura dannoso alla stessa comunità gay, che in tal modo finiva per ghettizzarsi sempre di più. Per lui, la GMHC doveva premere sul Comune di New York affinchè fosse la pubblica amministrazione a fornire i dovuti servizi a tutti i cittadini. Alla luce degli avvenimenti successivi è facile notare come GMHC, una volta ottenuti i soldi necessari per mandare avanti il proprio macroscopico apparato, si sia sempre dichiarata soddisfatta infischiandosene di tutto il resto, mentre la posizione "rivoluzionaria" di ACT UP!".. diventa più comprensibile. I militanti della "Coalizione AIDS per sprigionare energia" punzecchiavano le istituzioni per spingerle a fare il proprio dovere, per finanziare le ricerche, per accelerare i tempi di sperimentazione dei farmaci, per rendere le cure disponibili a tutti coloro che ne avessero bisogno, per rimuovere lo stigma sociale attaccato a certe malattie o le norme giuridiche discriminanti. Ma mentre negli Stati Uniti la presenza dialettica di queste due posizioni ha contribuito, in ogni caso, a un avanzamento di tutto il discorso anche sociale sulla sindrome da immunodeficienza, nel nostro Paese il problema è aggravato dal fatto che non è mai esistita una struttura ( o un'ideologia) anche lontanamente paragonabile ad ACT UP! Questo è il vero dramma che siamo costretti a sopportare.

Massimo Consoli


da: Libro Italiano dell'Aids - Mc Graw-Hill 1994

lunedì 22 dicembre 2014

MARIO MIELI: IL SISTEMA PUO’ANCHE VENIRE INCONTRO AI “DIVERSI”: “ SE RIGATE DRITTI E ACCETTATE DI VIVERE LA VOSTRA PERVERSIONE AL CHIUSO DI QUEI PICCOLI GHETTI CHE POSSIAMO CONTROLLARE E REGOLAMENTARE, VI PROTEGGEREMO NOI STESSI


MARIO MIELI A VENT'ANNI (RITRATTO DI DAVID HILL)

IL SISTEMA PUO’ANCHE VENIRE INCONTRO AI “DIVERSI”: “ SE RIGATE DRITTI E ACCETTATE DI VIVERE LA VOSTRA PERVERSIONE AL CHIUSO DI QUEI PICCOLI GHETTI CHE POSSIAMO CONTROLLARE E REGOLAMENTARE, VI PROTEGGEREMO NOI STESSI. CHI VA A BATTERE NEI PARCHI E NEI GABINETTI PUBBLICI CERCA GUAI: STATEVENE A CASA! O MEGLIO, VENITE AL SUPER COCK INTERNATIONAL PRIVACY CLUB: TROVERETE ANCHE IL RISTORANTE, LO SPOGLIARELLO, I FILMINI PORNO, IL CESSO PSICHEDELICO E, FORSE, L’USCITA ANTINCENDIO”

 

MARIO MIELI  da Elementi di Critica Omosessuale Einaudi  1977 ( pag 157)

venerdì 31 ottobre 2014

DEBORAH DI CAVE : è il sesso non sicuro che contagia, non il buio, la promiscuità, il vapore della sauna o le orge!

Pubblichiamo la lettera di Deborah Di Cave,  che nel 1995 era presidente del circolo Mario Mieli, in risposta all'articolo dello scrittore e giornalista Mario Fortunato che, dalle pagine di LIBERAL, accusò l'Arcigay e il Mario Mieli di comportamento criminale e di considerare le dark room, de facto, come un valore.  https://www.blogger.com/blogger.g?blogID=5988530515424782772#editor/target=post;postID=312115500221275691;onPublishedMenu=allposts;onClosedMenu=allposts;postNum=10;src=postname



Caro Mario, devo dirlo: passata l'arrabbiatura iniziale resta l'amarezza di dover scrivere di certe cose proprio a te che così vicino sei stato al famoso Movimento, come se ogni volta ci fosse la speranza di non dover più parlare di certe non-verità così ben confezionate già da un certo tipo di giornalisti e di stampa.

Eppure ogni tanto certi discorsi rifanno capolino, complice il dolore per morti e silenzio di cui non si riesce a capire mai il motivo. E allora parliamone. Tutti possono vedere che cosa ne è stato del grande interesse dei mass media (in cui anche tu lavori) e delle istituzioni per l'epidemia Aids: campagne che non esistono, fondi tagliati, reparti ospedalieri che non aprono, preservativi a prezzi da borsa nera e perfino un ministro che di questa materia è stato leader che approva stanziamenti e contenuti per una nuova campagna informativa che fa inorridire tutta l'Europa. Ma questa è cronaca a tutti visibile come gli episodi di rapine con siringhe infette. Poi c'è dell'altro, e ormai sono in molti a parlarne, scriverne, discuterne. In questi anni il mondo omosessuale – esattamente, va detto, come quello della tossicodipendenza – non è rimasto con le mani in mano a contare i propri morti per gli osservatori epidemiologici, e non ha ceduto spazi a chi, vedi gruppi religiosi e pseudo istituzionali, non sapeva e poteva occuparsene. E' qui la prima grande lacuna del tuo articolo (vedi Liberal n.7) Io non posso parlare che per il Mario Mieli e per qualche decina di associazioni appartenenti a Forum Aids Italia e già così ho molto da dire: dov'è nelle tue dissertazioni l'unità di strada del Circolo che da mesi sosta ogni sera in tutti i luoghi di battuage di Roma per dare preservativi, lubrificanti, opuscoli diretti e ad hoc, pareri medici, psicologici, legali e supporto da parte di volontari? Eppure è un progetto pioniere, gestito da omosessuali e per omosessuali in collaborazione con l'Istituto superiore di sanità!

E dove è l'assistenza domiciliare che va avanti dal 1989 quasi sempre senza finanziamenti e che finora ha assistito almeno un centinaio di malati di AIDS? Dov'è il consultorio psicologico, legale e previdenziale? Dove il gruppo di aiuto-aiuto delle (e non "pe le") persone sieropositive, il test al S.Giovanni, il centralino telefonico aperto otto ore al giorno?

Ma è vero,c'è anche chi all'interno del mondo omosessuale non ama più di tanto l'argomento aids, temendo una strumentalizzazione che in tanti hanno già vissuto, gay=Hiv. Scusa, ma non si può tacere ancora, è il sesso non sicuro che contagia, non il buio, la promiscuità, il vapore della sauna o le orge! Anzi...il vero motivo per cui gli omosessuali sono riusciti a controllare l'avanzata dell'epidemia meglio degli altri non è solo perchè sono stati i primi e per molto tempo gli unici a parlare di preservativo, ma anche perchè sono stati i primi e sono ancora gli unici a rifiutare il moralismo sessuofobico che diffondeva e diffonde notizie non corrette e pericolosissime. La vera fortuna dei gay è stata "evita il sesso promiscuo", ma "fai sesso sicuro, sempre, comunque, dovunque".

E' triste ammetterlo, ma perfino le campagne ministeriali, credendo con questo di essere un po' razziste, ci garantiscono questa possibilità di protezione in più rispetto agli etero: i nostri opuscoli possono parlare di tutto, dal fist fucking alla dark room e così possiamo veramente agire sui comportamenti, mentre agli adolescenti eterosessuali devono anche dire "conosci il tuo partner, evita gli incontri occasionali etc..." relegando il messaggio sul sesso sicuro in un tale limbo di sporcizia ed eccezionalità da rendere tutto il resto campo aperto al contagio più incosciente.

Avere le dark rooms corredate di preservativi e di messaggi chiari e diretti sull'aids funziona come l'unità di strada nei luoghi di battuage, rende cioè il sesso molto meno a rischio che in tante camere da letto matrimoniali.

Se tu hai il tuo grido di allarme io ho il mio e forse è un po' più documentato: da quattro anni mi trovo ogni giovedì all'ospedale s. giovanni a ricevere i gay che vogliono fare il test Hiv e non ne posso più di vedere test positivi di persone in coppia, incoscienza d'amore e da relazione: altro che dark rooms, bagni o cespugli, qui è l'amore che uccide, è la disinformazione che anche tu contribuisci a propagare, quella che fa dire che se non è un rapporto occasionale e furtivo allora è sicuro.

Il discorso è un altro: finchè si cercherà di modificare la sessualità nel suo complesso, di moralizzare i costumi, di terrorizzare, si fallirà la prevenzione: ne sanno qualcosa negli Stati Uniti (ero lì quell'estate) dove locali e dark room hanno riaperto, ma con i distributori di profilattici nei bagni e gli opuscoli delle organizzazioni che operano nel campo dell'aids. Ne sanno qualcosa i leather che parlano di sesso sicuro sado-maso e si proteggono più di tante coppie serie e non promiscue. E ne dovresti sapere qualcosa anche tu che, come omosessuale, del potere del senso di colpa e degli interdetti, non puoi essere digiuno. E' questa quella cultura proprio della comunità omosessuale di cui parli: negare tutto il lavoro e le consapevolezze a cui si è arrivati non serve a nessuno e non può essere fatto incoscientemente. Se silenzio = morte è una giusta equazione, vorrà dire che tutti siamo chiamati a parlare e correttamente, e magari anche a fare qualcosa. Cordialmente

Deborah Di Cave

presidente del Circolo Mario Mieli

Roma

sabato 13 settembre 2014

GIANNI AMELIO, NATALIA ASPESI E I GAY ANZIANI

di Natalia Aspesi

Nei suoi film Gianni Amelio non ha mai raccontato storie di omosessuali, solo in  I ragazzi di Via Panisperna del 1988, dice, "ho adombrato che tra le cause della scomparsa di Majorana poteva esserci la sua diversità". Adesso il suo documentario Felice chi è diverso, invitato alla Berlinale nella sezione Panorama, raccoglie le storie di uomini che sono stati giovani quando gli omosessuali non esistevano, se non in una vita clandestina temuta, perseguitata, irrisa. E' un film molto bello, che comunica la felicità carnale e la bellezza di una giovinezza difficile e nascosta e la serenità raggiunta negli anni nell'accettazione di sé e del proprio posto nel mondo. Questo film è il suo modo di fare coming out? "Alla mia età sarebbe un po' tardivo, forse ridicolo. Altri dovrebbero essere i coming out davvero importanti, di chi froda il fisco per esempio, di chi usa la politica per arricchirsi. Comunque credo che chi ha una vita molto visibile abbia il dovere della sincerità: e allora sì, lo dico per tutti gli omosessuali, felici o no, io sono omosessuale".
Ci sono stati tempi in cui bisognava nascondersi obbligarsi a una finta vita "normale". E per esempio, come racconta il documentario, il povero Ministro Sullo democristiano, fu costretto a sposarsi e i giornali titolarono "Lo scapolo convertito", mentre  Pier Paolo Pasolini era "Il vate capovolto"; si pubblicavano vignette con una borsa d'acqua calda a forma di sedere per "Pasolinidi" e i giornali di destra lo chiamavano "Il cantore del sordido, del maleodorante..." In televisione ancora in bianco e nero Raimondo Vianello tutto riccioli biondi e gesti leziosi suscitava sghignazzi dicendo "sono al di sopra di ogni sospetto", e pure in Il sorpasso di Dino Risi, Vittorio Gassman spiegava all'ingenuo Trintignant che il suo gentile fattore lo chiamavano Occhiolino per non dire Finocchio. Bastò che Umberto Bindi, autore e cantante geniale, portasse un grosso anello, perché l'informazione lo aggredisse giudicandolo un mostro, cioè un invertito, e perdesse il lavoro, morendo in miseria nel 2002.
Il titolo del film è l'inizio di un verso di Sandro Penna, "Felice chi è diverso essendo egli diverso, ma guai a chi è diverso essendo egli comune". I diversi degli anni 50 e 60 del suo film erano più infelici di quelli di oggi?: "l'omofobia è ancora imperante, capita ancora che ragazzi si uccidano perché froci o ritenuti tali, e quindi scherniti, isolati, picchiati. Insomma la battaglia non è vinta, non c'è da noi un riconoscimento giuridico delle coppie. C'è poi ancora la difficoltà di farsi accettare dalla famiglia, soprattutto dai padri, ancora immersi in una cultura maschilista. Oggi l'onore non riguarda più le figlie ma il figlio maschio".
 Un paio d'anni fa Il Saggiatore ha pubblicato Quando eravamo froci, di Andrea Pini, un saggio sulla condizione omosessuale in Italia dagli anni 40, e qualcuno degli intervistati appare anche nel documentario: per esempio Corrado Levi, 85 anni, noto architetto torinese, un bel vecchio diritto e ironico, che ha scoperto la sua tendenza dopo aver sposato la donna amata e aver avuto due amatissimi figli. "A Firenze andavo a battere alle Cascine, anzi a combattere: un giorno chiesi al grande De Pisis perché durante la guerra si fosse messo con un tedesco e lui mi rispose, "il corpo ha un altro linguaggio".
Il romano Aldo Sebastiani, detto Chierichetta, 72 anni, vive in un ospizio e ricorda come "nella DC c'erano molti omosessuali di primo livello, ma anche a sinistra, e pure nei servizi segreti. Non c'erano problemi e anche il mitico Andreotti aveva la sua bisessualità". Titolo di un giornale d'epoca sotto la foto dell'allora Ministro della Difesa: "E' il buco che traccia il solco ed è la spada che lo difende". John Francis Lane, attore e giornalista noto a Roma negli anni 60, vive adesso in un paesino calabro con il suo compagno di una vita, Fernando, che da giovane era un moro dai grandi baffi e che ha ancora gli occhi lucenti ricordando i viaggi meravigliosi fatti con lui. "Poi John non riusciva più a camminare bene e ho dovuto prenderlo in casa al paese, con tutte le sorelle e le cugine mie intorno", che nelle foto hanno gli sguardi furenti. Roberto e Pieralberto sono una coppia di eleganti settantenni che stanno insieme felicemente da 40 anni e ognuno di loro mostra la foto dell'altro quando era giovane e bello; ed è Roberto a dire, " per fortuna non sono stato mai bisessuale neppure per cinque minuti, se no mi incastravo col matrimonio e sarei stato infelice per tutta la vita". Invece Claudio si è sposato con Alba, una lesbica trovata attraverso un annuncio, per avere i vantaggi del matrimonio, compresi gli assegni familiari. Paolo Poli era di quelli che non volevano sentimenti, cui piacevano "gli incontri alla cosacca" dentro un portone, cioè svelti e finiti lì; Ciro Cascina, attore impegnato camp, descrive con  nostalgia i tempi in cui c'era "la cultura dei vicoli, i recchioni e le femminelle, sin quando è arrivata la parola gay e come quando il neon illumina tutto piatto, è finita la diversità, ci hanno cementato. Poi è arrivato l'Aids e noi siamo diventati la peste e mentre dicevano che quello lassù puniva noi malfattori, non si accorsero che si ammalavano loro". Oggi Ninetto Davoli ha 64 anni, ed è con i suoi riccioli bianchi e il gran sorriso, molto bello; parla della sua poverissima famiglia, che da un paesino calabro si era stabilita in una baraccopoli romana,  sino all'incontro casuale con Pasolini, "che mi cambiò la vita". Quando Amelio aveva quindici anni, un suo professore gli disse, " un omosessuale o guarisce o si suicida". Oppure come i tanti protagonisti del film, diventa vecchio e felice, proprio perché diverso.
(da la Repubblica del 28 gennaio 2014)