COMBATTENDO L’INDIFFERENZA
PEZZO PER PEZZO, COSI’ E’
NATA LA MONTAGNA
Nella travagliata storia
dell’archivio, qui raccontata dal suo creatore, si riflettono le immaturità del
movimento gay
Sono stato innamorato dei
libri fin da quando ho cominciato a mettere insieme le lettere dell’alfabeto.
Poco prima di morire mia madre ancora ricordava che avevo letto tutta l’Odissea
all’età di otto anni. Alla fine degli anni Cinquanta avevo cominciato una prima
schedatura (per autori e per argomenti) dei romanzi e dei saggi storici e
medici che andavo comprando con i soldi della paghetta settimanale. Ovviamente,
i testi sull’omosessualità erano già numerosi. Tutto questo l’ho raccontato con
abbondanza di particolari su “Affetti Speciali”, non è il caso che ci ritorni ora.
Ho avuto una vita avventurosa e ho viaggiato un po’ dappertutto, vivendo
lunghissimi periodi all’estero dove sono sempre andato alla ricerca dei
personaggi importanti per la mia cultura e investendo tutto quel che guadagnavo
( e anche un po’ di quello che non guadagnavo, perciò indebitandomi
pesantemente) in libri, giornali, cartoline, pins, francobolli, dischi, foto,
manifesti…A un certo momento mi sono trovato a possedere una collezione
piuttosto imponente. L’aspetto più positivo era che, quando facevo una ricerca
o scrivevo un articolo o un libro, consultavo il mio archivio senza spostarmi
da casa, mentre chiunque altro sarebbe stato costretto a girare per biblioteche
e le raccolte di materiali altrui.
Per puro spirito altruistico
e senso della comunità, più di una volta ho cercato di mettere il mio archivio
a disposizione di chi vi fosse interessato. Gratuitamente, è ovvio. Ci provai
alla fine degli anni Settanta, in quella che è ormai entrata nella storia con
il nome di prima “Gay House” italiana. Quando cominciarono i problemi con le
autorità, le quali cercavano di sloggiarci dalla palazzina che avevamo
occupato, mi accorsi che non solo il movimento gay non ci manifestava alcuna
solidarietà, ma che eravamo circondati da piccinerie, gelosie e invidie che ci
toglievano perfino la fantasia di andare avanti. Tormentato dai debiti, fui
costretto ad andarmene in America per lavorare e poterli così saldare. Riprovai
agli inizi degli anni Novanta, con la seconda “Gay House-Ompo’s. E qui i
problemi furono anche più grossi. Anselmo Cadelli me lo ha sempre rimproverato:
“Ma che gusto ci provi a mettere per forza tutto il tuo archivio a disposizione
di gente che non ti dà un grammo di sostegno?”. Con il senno di poi, devo
riconoscere che aveva ragione. In poco tempo mi accollai debiti per un
centinaio di milioni (di vecchie lirette) restaurando locali utili, ma indegni
d’ogni considerazione umana e/o igienica, comprando decine di armadi di metallo
e vetro, organizzando incontri e riunioni che se è vero che hanno dato una
scossa al movimento gay romano e italiano, ne hanno data un’altra ancora più
forte al mio conto in banca.
Mi ritirai in buon ordine
leccandomi le ferite. Nel frattempo ricevetti qualche soddisfazione. Più di un
editore si faceva vivo, di sua iniziativa (finalmente!), per chiedermi libri da
pubblicare. Il Ministero delle Poste emetteva un annullo speciale in ricordo di
un documento che avevo scritto io nel 1969, intitolandolo “Origini del
Movimento Gay Italiano”. Una iniziativa del genere, ancora oggi, è accaduta
soltanto negli Stati Uniti, in occasione dello “Stonewall” (che ebbe origine
sempre nel ’69). Il Ministero dei Beni Culturali dichiarava il mio archivio “di
notevole interesse storico” e “fonte indispensabile per la storia non solo
sociale ma anche sanitaria dell’Italia contemporanea”: un riconoscimento che,
di solito, si concede alle raccolte messe su da personaggi morti e sepolti da
qualche tempo. Quest’ultimo atto dello Stato, però, aveva un suo rovescio della
medaglia. Una volta considerato il mio archivio un “bene pubblico da
salvaguardare”, i miei diritti su di esso ne venivano gravemente compromessi.
In due parole, la situazione era la seguente: lo Stato mi riconosceva l’opera
d’importanza culturale e storica nel
creare e organizzare l’archivio, ma mi negava di disporne liberamente. In
cambio, potevo ricevere solo dei finanziamenti limitati e mirati per
acquistare, ad esempio, un computer (che già avevo), una fotocopiatrice (che
già avevo) una scrivania (che già avevo), degli scaffali (che già avevo) e cose
del genere (che già avevo tutte). I miei debiti? Lo Stato non s’intrometteva.
Ero io che dovevo pagarli. Contemporaneamente, visto che avevo sparso la voce,
ricevevo alcune buone proposte da vari paese esteri. In particolare, gli americani
mi fecero un’offerta straordinaria: tornare a New York per dirigere il più
grande archivio di tutti i tempi sulla storia e la cultura del movimento e
della comunità glbt.
Avevano addirittura già
individuato la location: i locali di due ex-banche alloggiate in due palazzine
attaccate l’una all’altra. Stipendio favoloso, ritorno a New York, città che
amavo moltissimo, pentendomi di averla lasciata negli anni Ottanta (per
avvertire gli italiani del rischio Aids”), lavoro di enorme prestigio
internazionale (di tutto quello che sto dicendo ho le dovute prove e
testimonianze, mi sembra perfino banale doverlo sottolineare), ma non potei
accettare perché l’archivio, ormai “vincolato” dallo Stato, non avrebbe mai
potuto essere trasferito all’estero. Per anni lo avevo offerto di mia
iniziativa al Comune di Roma, al Ministero della Sanità, allo Stato.
Gratuitamente e senza particolari condizioni. Quando poi il mio debito
raggiunse un certo livello, decisi che non lo avrei più regalato a nessuno. E,
come si sente spesso raccontare, proprio nel momento in cui non glielo volevo
più dare, lo Stato addirittura lo pretendeva per legge!
Lanciai numerosi appelli alla
comunità e al movimento glbt e mi accorsi che anche in quell’occasione, tranne
alcuni singoli individui e qualche gruppo o circolo, a nessuno importava della
sorte del mio archivio e di quello che stavo passando io personalmente.
Per anni mi sono scontrato
con l’arroganza di uno Stato-padrone che impone arbitrariamente le sue leggi e
pretende di vedersele rispettate anche quando suonano assurde. I gay italiani
sembravano vedere di buon occhio l’esproprio di quello che era stato il lavoro
più lungo e assorbente di tutta la mia vita.
Girando per l’Italia mi
scontravo con situazioni allucinanti. In più di un’occasione mi sono sentito
pubblicamente dire: “Se tu hai creato un qualcosa di grande importanza
culturale, è giusto che lo Stato lo vincoli”. Al che io chiedevo: “Mi starebbe
anche bene. Non voglio nulla per i miliardi che ci ho speso in tutti questi
anni, del tempo che vi ho dedicato, dell’impegno che vi ho trasfuso, ma ,
almeno, voglio che lo Stato si accolli l’ultimo debito che mi è rimasto da
pagare, che mi tolga l’assillo di questo centinaio di milioni di lire che devo
restituire e che ho fatto proprio per l’archivio”. E la risposta, straordinaria
quanto irritante era: “No, il debito è tuo e lo devi pagare tu”. Non l’ho mai
capita questa “logica”. Lo Stato mi prendeva il lavoro di tutta una vita e non
si preoccupava neanche, almeno, di liberarmi dei debiti che mi avevano
avvelenato negli ultimi dieci anni, e che non ho fatto per motivi privati, ma
proprio per renderlo disponibile al pubblico? Intanto, da tempo avevo nominato
il circolo “Mario Mieli” mio erede universale. Qualsiasi cosa mi fosse
accaduta, almeno da quel lato mi sentivo tranquillo.
Se durante la mia lunga lite
con il Ministero dei Beni Culturali si fosse fatto vivo qualche circolo o
qualche associazione con una proposta seria e con l’impegno di accollarsi il
debito, gliel’avrei regalato molto volentieri.
Purtroppo, sono rimasto
dolorosamente colpito dall’indifferenza del movimento, dal suo non prendere una
posizione chiara, dal suo non difendermi nella mia battaglia per l’affermazione
dei miei diritti, dopo una vita dedicata a pretendere per gli altri
l’attuazione dei diritti. Alla fine ho raggiunto un accordo di compromesso con
il Ministero, e gli ho venduto tutte le mie collezioni. Certo, per me è stata
una sorta di trauma, dovermi privare di quello che ho sempre considerato la mia
creatura, una sorta di figlio, ma mi ha aiutato il fatto di essere diventato
finalmente e veramente padre adottivo, e di poter così rivolgere i miei affetti
altrove.
Certo, la cifra non ripaga i
miei quarant’anni di lavoro, impegno, soldi, occasioni mancate…ma è un risarcimento
che considero onorevole comunque. Tra l’altro e lo dico con una punta
d’orgoglio, mi è stato detto che la somma stanziata dal Ministero dei Beni
Culturali è una delle più alte mai messe in bilancio per un archivio del genere
e a me è sempre piaciuto battere i record. E anche stavolta mi sembra di
esserci riuscito.
(guide magazine n.6 /VI anno
giugno 2002)
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